sabato 20 agosto 2016

Coste italiane: inquinamento cronico e un popolo assuefatto

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Da quanti anni ormai i controlli annuali di Legambiente ci restituiscono l'immagine di un paese che dell'inquinamento cronico ha fatto il suo compagno di (s)ventura? Eppure, siamo sempre lì, ai depuratori che non ci sono o non funzionano, ai patrimoni naturali trattati come fardelli che pesano o come merce da far fruttare. Oggi abbiamo un punto inquinato ogni 54 chilometri di costa. Su 265 campioni di acqua analizzati, il 52% è risultato con cariche batteriche elevate. Il 25% della popolazione italiana ancora non è coperta da depurazione. Eppure, potrebbe essere tutto diverso...

di Redazione


Un punto inquinato ogni 54 km di costa, ancora una volta sotto accusa la mancata depurazione. Dei 265 punti monitorati, uno ogni 28 km di costa, dal laboratorio mobile di Goletta Verde di Legambiente, il 52% è risultato inquinato o fortemente inquinato. L’88% di queste criticità è in corrispondenza di foci di fiumi, fossi, canali o scarichi presenti lungo la costa. Più della metà di questi sono in prossimità di spiagge e stabilimenti e quindi frequentati da bagnanti.
I risultati conclusivi di Goletta Verde 2016 offrono ancora una volta spunti di riflessione.
I punti di prelievo sono stati selezionati grazie al lavoro dei circoli di Legambiente e alle segnalazioni dei cittadini giunte attraverso il servizio SOS Goletta. Il monitoraggio di Goletta Verde ha l’obiettivo di rilevare e denunciare la presenza di scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare e non vuole sostituirsi a quello delle autorità preposte ai controlli sulla balneazione. Proprio per questo, i prelievi sono concentrati nei punti critici: foci di piccoli e grandi corsi d’acqua, di fossi, canali e scarichi, che costituiscono i principali veicoli dell’inquinamento da batteri fecali in mare, dove sussiste il “maggior rischio” di contaminazione.
I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, escherichia coli) e vengono considerati come “inquinati” i risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto del ministero della Salute del 30 marzo 2010) e “fortemente inquinati” quelli che superano di più del doppio tali valori.
“Purtroppo i risultati deludenti in prossimità di foci, fossi e canali non ci sorprendono - commenta Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente - dal momento che il problema riguarda non solo le aree costiere ma interessa gran parte del territorio nazionale. Nonostante siano passati 11 anni dalle scadenze previste dalla direttiva europea sulla depurazione, l’Italia, infatti, è ancora in fortissimo ritardo. Circa il 25% della popolazione non è coperta da un adeguato servizio di depurazione e un terzo degli agglomerati urbani a livello nazionale è coinvolto da provvedimenti della Commissione europea. Sul nostro Paese pesano già due condanne e una terza procedura d’infrazione. Oltre i costi ambientali, ci sono inoltre quelli economici a carico della collettività: a partire dal 2016, il nostro Paese dovrà pagare 480 milioni di euro all’anno, fino al completamento degli interventi di adeguamento”.
Nel fare un bilancio del monitoraggio di Goletta Verde, è importante specificare che le differenti condizioni meteorologiche riscontrate al momento dei prelievi, la variabilità del numero di presenze nelle località costiere e le caratteristiche morfologiche che variano da regione a regione, non consentono di stilare una classifica nazionale. Si distingue positivamente la Sardegna, con poche criticità riscontrate solo in corrispondenza di foci di corsi d’acqua o canali. Buona anche la performance della Puglia, in cui si è registrato un miglioramento rispetto allo scorso anno. Mentre in alto Adriatico la situazione migliore si registra in Veneto. Le situazioni più critiche si trovano, invece, in Calabria, interessata nelle ultime settimane anche da diverse proteste da parte delle comunità locali per “mare sporco”, da divieti di balneazione e da interventi delle forze dell'ordine per irregolarità nel servizio di depurazione, nelle Marche e in Abruzzo, regioni penalizzate anche dall’elevato numero di corsi d’acqua, canali e fossi che sfociano in mare.
Se nell’edizione 2016 oltre la metà dei punti sono risultati inquinati, 1 su 5, soffre di ‘inquinamento cronico’, in quanto dal 2010 ad oggi è risultato fuori i limiti di legge per almeno 5 volte. Di questi il 94% corrisponde a foci di fiumi, torrenti, scarichi e canali. Tutte le regioni costiere hanno almeno un punto "malato cronico", ma in alcune la situazione è particolarmente rilevante, con almeno 5 punti campionati che risultano inquinati ormai da anni (Marche, Liguria, Lazio, Campania e Calabria).
“Gli scarichi non depurati sono i peggiori nemici del turismo - continua Zampetti - Il nostro monitoraggio ha l’obiettivo di non fermarsi alla sola denuncia, ma soprattutto di avviare un approfondimento e confronto per fermare l'inquinamento da mancata depurazione che si riversa in mare. Per alcune situazioni critiche da diversi anni, grazie alla stretta collaborazione con le forze dell'ordine e le amministrazioni locali, si è arrivati a individuare le cause e risolvere il problema. Ora c’è la legge sugli ecoreati, che prevede anche il reato di inquinamento ambientale, valido strumento contro chi continua a scaricare illegalmente nei fiumi e nel mare”.
Tra le foci di fiumi, i fossi e i canali monitorati da Legambiente quest’estate, 1 su 3 non viene campionato dalle autorità competenti perché si tratta di luoghi non adibiti alla balneazione stando ai profili di costa redatti a inizio stagione da Regioni e Comuni. Spesso, però, sono frequentati dai bagnanti perché mancano i cartelli di divieto di balneazione, a cui dovrebbero provvedere i Comuni: assenti nell’74% dei punti visitati dai tecnici di Goletta Verde.
Ancora peggiore il dato sulla presenza dei cartelli informativi in spiaggia, che hanno la funzione di divulgare al pubblico la classe di qualità del mare (in base alla media dei prelievi degli ultimi quattro anni), i dati delle ultime analisi e le eventuali criticità della spiaggia stessa. Secondo la normativa, i Comuni costieri sono obbligati ad apporli ormai da due anni ma i tecnici di Goletta Verde li hanno avvistati solo nel 5% dei casi.
“Durante l’estate abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni di mare sporco da parte dei bagnanti grazie al servizio Sos Goletta - racconta Serena Carpentieri, responsabile Campagne di Legambiente -. Le persone sono spesso disorientate, non sanno a chi rivolgersi per denunciare casi di inquinamento, dove consultare i dati ufficiali, come capire se stanno facendo il bagno in acque sicure e controllate. È indispensabile che il Ministero della Salute istituisca un numero verde per raccogliere le segnalazioni di cittadini e turisti e avvii, in collaborazione con le Regioni e gli enti locali, una chiara campagna informativa. Infine, non è più tollerabile l’assenza di cartelli di divieto di balneazione nelle aree dove non si può fare il bagno e i cartelli informativi sulla qualità delle acque. L’accesso all’informazione è un diritto di cittadini e turisti e un dovere per le autorità competenti e per tutti i comuni costieri, cosi come previsto dalla normativa sulla balneazione”.
Va evidenziato, inoltre, l’inquinamento da rifiuti, che arrivano dai fiumi, dal mare e da terra e che accomunano tutti i 265 luoghi esaminati da Goletta Verde. Solo nel 14% di questi non è stata rinvenuta spazzatura, che molto spesso, invece, si accumula in vere e proprie discariche in mezzo alla sabbia. A farla da padrona è la plastica ma non mancano i rifiuti che derivano dall’inefficiente depurazione; le foci dei corsi d’acqua e i canali portano con sé non solo batteri ma anche rifiuti solidi buttati nel wc e che per mancata depurazione o scarichi illegali arrivano sulle spiagge. Cotton fioc, assorbenti, blister, addirittura deodoranti da wc che sono stati ritrovati nei pressi dei punti di campionamento nel 18% dei casi. E non è un caso che nell’83% di questi luoghi siano state riscontrate cariche batteriche oltre la norma, derivanti dalla stessa cattiva depurazione. 

sabato 13 agosto 2016

Eliana e Giuseppe: «Ora il tempo è di nuovo nostro»

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Eliana e Giuseppe hanno lasciato un lavoro frenetico, che toglieva loro il tempo per vivere e hanno scelto un'altra strada. E sono felici. Cambiare è possibile, non pensiate che sia "cosa" per pochi.


"Molte persone pensano che abbiamo scelto una strada facile, o che siamo scappati, o che stiamo facendo la bella vita, girando il mondo con lo zaino, come fossimo due ragazzini. Eppure, quando io mi guardo indietro e penso alla vita che abbiamo lasciato alle nostre spalle, è proprio quella vita ad apparirmi facile". Eliana Virtuoso, 34 anni, e Giuseppe Giangreco, 44, conosciuti come Nina e Giuse, più di un anno fa hanno deciso di lasciare tutto, casa, lavoro, affetti, per cominciare a girare il mondo con uno zaino in spalla alla ricerca di un nuovo modo di essere e di vivere che conducesse alla felicità.
Nina lavorava da sei anni come segretaria di un centro commerciale a Moncalieri, Torino, quando nell'ottobre 2012 ricevette una promozione a direttrice di un nuovo centro commerciale ad Ancona, cosa che la portò al settimo cielo per la prospettiva di rimettersi in gioco in una nuova sfida.
Giuse, invece, era da circa 20 anni un rivenditore di complementi di arredo per uffici e grande distribuzione in una piccola azienda di proprietà. Purtroppo, con l'arrivo della crisi, l'azienda ha cominciato a faticare portando a guadagni sempre più bassi a fronte di ore di lavoro in continuo aumento.
"A Torino, la nostra vita si barcamenava fra infinite ore di lavoro e tentativi di prenderci cura di noi stessi e della nostra felicità con i nostri banalissimi guadagni: due o tre settimane all'anno di viaggio zaino in spalla in luoghi lontani nei periodi di bassissima stagione, cene a casa con gli amici e una casa in affitto nelle campagne del pinerolese per spendere il meno possibile. Sopravvivevamo, ecco. Ma il tempo pareva sfuggirci dalle mani. Gli anni passavano, e la nostra vita scorreva uguale giorno dopo giorno, con la sensazione che non stessimo facendo niente di significativo che ci appartenesse veramente. Qualcosa in cui credere, qualcosa da costruire, da realizzare. Il trasferimento ad Ancona ci apparve come un modo per tentare una sorta di nuovo inizio: ci saremmo avvicinati al mare, con una nuova avventura professionale e magari nuove opportunità, in una zona dell'Italia dove forse avremmo potuto godere di una vita meno frenetica e avere più tempo per noi".
Ma le cose non fecero altro che peggiorare. Dopo un anno, Nina aveva quasi raddoppiato le sue ore lavorative, oltre allo stress provocato dalla forte crisi economica generalizzata. Nonostante vivessero in affitto in una casa bellissima, con vista mare e montagne, non avevano mai abbastanza tempo per godersela e tornò a presentarsi ancora più forte quella sgradevole sensazione di vita che scorre dalle mani senza un vero scopo. E così arrivò quel 9 giugno 2014.
Nina racconta: "Ero reduce dai festeggiamenti per il primo anno di apertura di questo nuovo centro commerciale. Quello che avrebbe dovuto essere per me, per noi, un piccolo traguardo, un passo in avanti, a me appariva come una totale disfatta: qual era il senso di questa vita, di questo trasferimento, di questo spendere il nostro tempo preziosissimo dietro ad un lavoro che non restituiva mai felicità, soddisfazione, benessere, inteso non in senso economico, ma nel suo senso più letterale di stare bene? Insomma, dove stavamo andando? Stavamo vivendo davvero la nostra vita? Eravamo proprio sicuri che lì, fuori dalla quella zona di comfort che ci eravamo costruiti conformemente agli standard proposti dalla nostra società, non ci fossero altre opportunità, altri modi di vivere questa vita, e un altro "noi" in attesa di essere scoperto? Non ce la facevo più a rimanere con il dubbio, a criticare ogni mio singolo giorno senza fare assolutamente niente, a rimandare sempre al domani un'eventuale ricerca di un'alternativa".
Quel giorno Nina tornò a casa dal lavoro e chiese a Giuseppe: "Perché non molliamo tutto e ce ne andiamo in giro per il mondo?".
E così, nel giro di sette mesi, lasciarono i rispettivi lavori, disdissero il contratto di affitto, vendettero le auto e i mobili, e il 31 marzo 2015 partirono per il Sudamerica, con i soldi delle loro liquidazioni, uno zaino e tanta voglia di scoprire.

"Ci siamo dati al Couchsurfing in Argentina (metodo per viaggiare a costo zero sfruttando l'ospitalità di persone che aprono le porte della propria casa -ndr), abbiamo girato gli Stati Uniti in tenda e sacco a pelo, attraversato una parte del Sudamerica solo con i mezzi pubblici, barattando un piatto di pasta o una pizza fatta da noi con infinite storie di vita e racconti di viaggio preziosissimi. A settembre poi ci siamo spostati in Oriente, partendo dalla Cina e, dopo qualche giorno in India e senza che fosse particolarmente previsto, ci siamo spostati in Nepal insieme a Jay Nepal, un'associazione di volontariato nepalese che sta prestando soccorso nella zona a seguito del devastante terremoto del 25 aprile 2015. Quella che doveva essere una cosa di un paio di settimane è diventata un'esperienza di tre mesi".
In Nepal Giuse ha prestato assistenza sulla parte logistica e di manodopera, dal cucinare per i volontari fino alla demolizione e ricostruzione; Nina ha messo a disposizione i suoi anni di esperienza come marketing manager e la sua passione per la fotografia per raccontare le attività di supporto e le drammatiche necessità di un Nepal in ginocchio, dimenticato dai media e dalla memoria.
"A fine gennaio 2016 siamo ripartiti, spostandoci verso l'Oceania, dove siamo rimasti tre mesi grazie a Workaway, un servizio che ci ha dato la possibilità di barattare vitto e alloggio in cambio di qualche ora di lavoro volontario fra fattorie, bed and breakfast, famiglie e mercati. Attualmente ci troviamo a Kuala Lumpur in Malesia, ma a breve ritorneremo in Nepal".
Nina e Giuse, come hanno preso le vostre famiglie e i vostri amici questo progetto e che cosa ne pensano tutt'ora?
"Le nostre famiglie ci hanno lasciato andare, un gesto d'amore  e di comprensione che ancora oggi riteniamo senza pari. Molti nostri amici e conoscenti, però, sono letteralmente spariti. Qualcuno si è sentito giudicato dal fatto che noi non abbiamo scelto di vivere una vita fatta di figli e mutuo, come se disprezzassimo questo modo di vivere. Sinceramente non ci siamo mai permessi di criticare coloro i quali possono affermare di essere davvero felici con quel tipo di vita: sono semplicemente scelte. C'è chi è nato per essere genitore e chi esploratore; c'è chi trova la felicità in una casa e chi in uno zaino. Forse il mondo ha preso una brutta piega perché questa proporzione fra esploratori e "stanziali" è saltata, e ci siamo tutti un po' seduti nel nostro presente, chi lo sa.
Quello che è certo è che finché non impareremo a rispettare la libertà individuale di poter essere ciò che meglio ci rappresenta, questo mondo non uscirà mai dalla profonda crisi umana in cui troviamo ora. Fino a quando continueremo a criticare i diversi da noi, non ci sposteremo mai da ciò che siamo, e non ci sarà più alcuna evoluzione."
Che cosa avete scoperto in questo anno e mezzo di viaggi in giro per il mondo?
"Il Nepal e Workaway sono state finora le due esperienze più illuminanti e formative; abbiamo imparato sulla nostra pelle che c'è un valore più grande del denaro e dei risultati aziendali per determinare se il nostro lavoro sia produttivo o meno: si chiama felicità. Non solo la nostra, intendo: felicità globale. Arrivare alla fine della tua giornata e scoprire che hai contribuito, in qualche modo, a rendere migliore la vita di qualcun altro, che sia esso una famiglia nepalese a cui il terremoto ha distrutto la casa, o una signora australiana che fatica nel prendersi cura della propria famiglia fra lavoro e spese, significa essere produttivi. E non importa quante ore tu abbia lavorato, non importa se la schiena fa male, se in Tasmania a giugno si muore di freddo, se è pieno di insetti e tu ne hai una paura terribile o se devi dormire per due settimane in una tenda in un villaggio nel distretto nepalese di Sindhupalchowk, senza una doccia o un gabinetto: improvvisamente ti accorgi che essere felici non significa avere una vita semplice, dove hai i soldi certo, ma sacrifichi gli anni migliori della tua vita dietro ad un lavoro che tanto non potrà mai restituirti quanto ti ha tolto; felicità significa rendere la tua vita armonica con te stesso e con il mondo intero, essere utili agli altri, non per denaro, ma per amore. Non solo. Abbiamo scoperto di essere in grado di vivere con molto meno, e molto meglio. Meno vestiti, meno oggetti, meno bisogni. Più tempo per cucinarci cibo sano e buono, più tempo per imparare a fare nuove cose, o fare le cose di sempre in un modo diverso. E questo stile di vita ci sta richiedendo anche molti meno soldi, nonostante gli aerei, i visti, gli spostamenti. Ad oggi, dopo più di anno, la nostra liquidazione continua ad essere la nostra unica fonte di sostentamento, ma il baratto ci ha aiutato tantissimo ad abbattere i costi e ad entrare in profondo contatto con le persone del posto, osservarle, vivere il loro quotidiano e provare ad essere uno di loro. Continuiamo la nostra ricerca della nostra strada e di un modo per sostenerci quando i nostri soldi non basteranno più. E se non dovesse funzionare? Ce lo chiedono in tanti.... A volte ce lo chiediamo anche noi stessi. Pazienza, si ricomincerà da zero. Anche le storie d'amore spesso non funzionano. Eppure noi esseri umani continuiamo ad amare e cercare la nostra metà!".

sabato 23 luglio 2016

Contro disoccupazione e povertà serve la formazione in campo ambientale ed energetico

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Che i settori lavorativi con un reale futuro siano quello ambientale ed energetico rinnovabile lo capirebbe chiunque. Infatti su cosa altro potrebbe puntare il “Paese del sole”, con un patrimonio edilizio che spreca energia da tutte le parti, se non puntare al risparmio energetico e idrico, all’uso razionale dell’energia e delle energie rinnovabili?

di Paolo Ermani 


Questi settori hanno il maggiore potenziale di intervento e di diffusione assieme a quelli dell’agricoltura biologica e della tutela ambientale. Puntandoci, si assorbirebbe velocemente la disoccupazione attuale e si darebbe da lavorare e un futuro dignitoso alle persone indigenti o in difficoltà economiche. Pensare che oggi chi è in difficoltà o senza lavoro possa trovare occupazioni o riprendersi attraverso settori saturi o di nessuna prospettiva, è pura utopia e non fa che mantenere queste persone nella loro condizione.
Ovunque si possono creare posti di lavoro ristrutturando energeticamente abitazioni di un patrimonio edilizio indecente dove la prassi è costruire male e in fretta, comprando le certificazioni energetiche dal fruttivendolo e facendo credere che le proprie case siano di classi A o B, senza che questo sia stato verificato effettivamente. In Germania dove il patrimonio edilizio è costruito in maniera decisamente più seria, ci sono rigidi controlli e verifiche per accertare se effettivamente le classi energetiche sono rispettate.
In un paese come l’Italia, tra l’altro a rischio desertificazione, è evidente che si dovrebbero formare migliaia di persone che diventino esperte di risparmio energetico e idrico che sarebbe poi prassi quotidiana e diffuso in ogni edificio pubblico e privato e in ogni nucleo famigliare.
Molto ci sarebbe da intervenire anche nella percentuale ancora alta di case non collegate alla rete fognaria e che potrebbero utilizzare sistemi di fitodepurazione con recupero dell’acqua.
Infine dove se non in Italia si dovrebbe e potrebbe puntare immediatamente e con decisione alle fonti rinnovabili come terzo passo appunto dopo il risparmio energetico e l’uso razionale dell’energia.
Fabbriche come la Fiat o simili invece di continuare a costruire cose di cui non abbiamo bisogno, potrebbero intervenire nel settore delle rinnovabili con campi di intervento vastissimi, altro che automobili di cui il paese soffoca. Solo sostituendo con collettori solari per l’acqua calda i milioni di scaldabagni elettrici ancora esistenti ci sarebbero enormi vantaggi occupazionali ed economici, figuriamoci puntare poi sul solare ad aria calda, sul micro eolico e micro idroelettrico, sui sistemi di compost heating, sulla micro cogenerazione.
Di molti di questi argomenti e di altro ancora, si parlerà nella ventiseiesima edizione del corso Energia Ambiente Lavoro che si tiene dal 12 al 19 agosto nel centro per l’Energia e l’Ambiente di Springe in Germania (QUI per info e iscrizioni) che lavora professionalmente dal 1981 su queste tematiche ed è un punto di riferimento europeo.
Grazie a centri come questo e ai docenti che vi insegnano con esperienza pratica pluridecennale, viene offerta una formazione seria, indipendente e che punta a reali risultati e non a prendere in giro i clienti o dare informazioni solo per vendere qualcosa. E’ questa la differenza fra una formazione per vendere e una formazione per fornire le informazioni adeguate per poter fare le migliori scelte sia da parte dei tecnici sia da parte dei cittadini. Proprio grazie a questo approccio la Germania è paese leader nelle tecnologie ambientali e rinnovabili dove lavorano ormai centinaia di migliaia di persone. L’ambiente non è un costo come si è abituati erroneamente a pensare, l’ambiente, il risparmio energetico e idrico, le energie rinnovabili sono una imperdibile, conveniente e grandissima opportunità lavorativa ed economica.

giovedì 14 luglio 2016

Non hai bisogno di cose inutili, per quello ti convincono a comprarle

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La pubblicità è la migliore immagine e dimensione del livello di follia schizofrenica che alberga nella testa di persone che hanno il solo obiettivo di venderci cose inutili e superflue senza preoccuparsi di alcuna conseguenza delle loro azioni.

di Paolo Ermani 



La nuova Giulia Alfa Romeo si colloca nell’olimpo delle pubblicità più spudorate che dimostrano dove sia arrivato il delirio di onnipotenza e arroganza di chi pensa di poter disporre delle menti delle persone come se esse non fossero assolutamente in grado di intendere e di volere.
Il nuovo spot pubblicitario della Giulia è emblematico; sanno perfettamente che di quello che ti propongono, cioè la loro fiammante auto, tu non hai alcun bisogno. Te lo dicono direttamente loro e così facendo ti confermano pure la tua idiozia perché sanno che, proprio perché non hai bisogno della loro auto, tu la comprerai. Ormai la realtà supera ogni più incredibile immaginazione. Sembra uno spot fatto da Natalino Balasso che nelle sue esilaranti parodie di varie pubblicità di marchi di lusso, sa perfettamente che quello che fa vendere questi prodotti è solo il loro status symbol, il sentirsi superiori, diversi, staccati dalla massa, ostentando qualcosa che ci renderà particolari, come se chi non ha questi autentici insulti alla ragione fosse un fallito, uno che non ha capito nulla della vita. Del resto, tutto il sistema della crescita si basa sull’inutile, il dannoso, il superfluo, sull’ostentazione.
Il nostro mondo è in mano a chi si ostina a considerarci degli autentici imbecilli che proprio perché non hanno bisogno di qualcosa la comprano. Certo, banchieri, politici, governanti, imprenditori, sindacalisti hanno le loro responsabilità, ma alla base di tutto c’è il cittadino, la persona normale che crede alla fandonie che gli raccontano. Gli dicono che deve produrre e comprare e, più non ha bisogno di questo o quello, più lo deve comprare. E con questa forza irresistibile supportata da una pubblicità ossessiva, il sistema si compra le menti e i voleri delle persone. Il vero cambiamento è riacquisire la capacità di dire no. Ciò che è inutile di cui non ho bisogno, io non lo compro. Io ho bisogno di aria e acqua pulita, di cibo sano, di relazioni sane, di comunità, di energia pulita e rinnovabile, di un tetto sopra la testa; non ho bisogno di molto o quasi tutto quello che mi proponete e non lo compro. Che crolli il PIL, che chiudano fabbriche inquinanti e che la gente lavori a cose sane, serie e soprattutto utili.
Il loro bisogno inutile, tra l’altro, ha un costo non indifferente: la nuova Giulia costa 35 mila euro, un bel gruzzoletto per una inutilità. Chi in drammatici tempi di crisi potrà comprare non solo una cosa di cui non ha bisogno per stessa ammissione della casa costruttrice ma che costa tutti quei soldi?
Qualcuno non ha ancora capito a cosa serva la crescita e a chi? E noi dobbiamo far campare costruttori, creativi, finanza e tutto il mondo che c’è dietro all’inutilità dichiarata? Ve lo dicono pure. Comprate le cose di cui non avete bisogno, per il bene della crescita cioè dei loro conti in banca.

mercoledì 6 luglio 2016

Cemento sulla metà delle coste italiane

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Cemento, erosione costiera, mala depurazione e beach litter: le minacce per le coste che i cambiamenti climatici renderanno più fragili. Legambiente: “Uscire da politiche separate e puntare su tutela, turismo sostenibile, valorizzazione dei sistemi dunali: nuove politiche di sviluppo per le sponde del Mare nostrum”.



Oltre settemila chilometri di coste con bellezze storiche, ambientali, geomorfologiche che determinano in modo significativo l’identità del Belpaese. Coste al centro di uno dei mari più delicati del pianeta per ragioni ambientali ma anche culturali e commerciali, banco di prova imprescindibile rispetto ai cambiamenti climatici, sui quali pesano le conseguenze di politiche miopi e inefficienze storiche.
Oggi il 51% dei litorali italiani è stato trasformato da case e palazzi e la cifra, senza un cambio delle politiche, è destinato a crescere: negli ultimi decenni al ritmo di 8 chilometri all’anno, più della metà dei paesaggi costieri sono stati trasformati da palazzi, alberghi e ville. Un terzo delle spiagge è interessato da fenomeni erosivi attualmente in espansione; 14.542 sono le infrazioni accertate nel corso del 2014 tra reati inerenti al mare e alla costa in Italia, 40 al giorno, 2 ogni chilometro, ancora in crescita rispetto al 2013. L’habitat marino è costantemente messo alla prova dall’inquinamento, con il 25% degli scarichi cittadini ancora non depurati (40% in alcune località) e ben 1.022 agglomerati in procedura di infrazione europea. Il 45% dei prelievi realizzati da Goletta Verde nel 2015 è risultato inquinato, mentre la plastica continua a colonizzare spiagge e fondali marini. Solo il 19% della costa (1.235 chilometri) è sottoposta a vincoli di tutela.
Questa la foto dell’Italia a partire dalle coste analizzate a 360 gradi, con 16 contributi di esperti dedicati alle aree costiere e allo stato di salute dei nostri mari e al Mediterraneo quale hot spot del cambiamento climatico, offerta dal rapporto Ambiente Italia 2016,a cura di Legambiente e edito da Edizioni Ambiente.
“Le coste sono uno straordinario patrimonio del nostro Paese – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente e curatore insieme a Sebastiano Venneri e Giorgio Zampetti del volume – che dobbiamo liberare dalla pressione di cemento e inquinamento. Il Rapporto Ambiente Italia presenta una fotografia di questi impatti con dati davvero inquietanti e studi che dimostrano come sia possibile invertire questa situazione attraverso un cambio delle politiche. Proprio la sfida che i cambiamenti climatici pongono alle aree costiere del Mediterraneo, con impatti significativi sugli ecosistemi, sulla linea di costa e sulle aree urbane, deve portare a una nuova e più incisiva visione degli interventi. Occorre rafforzare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e spingere verso la riqualificazione e valorizzazione diffusa del patrimonio costiero”.
Il volume, attraverso contributi diversi, mette in evidenza i diversi processi che incidono sullo stato di salute delle coste italiane e la stretta relazione tra i fenomeni. La stessa erosione costiera, un fenomeno in espansione legato a molteplici cause, che riguardano sia le trasformazioni provocate da porti e interventi sul litorale che la riduzione degli apporti dei sedimenti dalle aree interne attraverso i fiumi per vie di dighe, sbarramenti e cave. Situazioni che sarà sempre più importante monitorare per capire come intervenire in una prospettiva di cambiamenti climatici. Le ragioni della fragilità delle aree costiere italiane – è noto - sono dovute a problemi idrogeologici e alle conseguenze di urbanizzazioni, sia legali che abusive, in posti scellerati spesso a rischio dissesto. E' oramai evidente che alcuni fenomeni meteorologici – come i danni provocati da temporali, alluvioni e esondazioni che abbiamo visto negli ultimi anni a Genova, Olbia, Messina - si stiano ripetendo con nuova intensità e frequenza. Si tratta delle prime avvisaglie dei cambiamenti climatici che rendono i nostri territori costieri più fragili e mettono in pericolo le persone, insieme al fenomeno dell’innalzamento dei mari. Eventi che occorre studiare con attenzione e rispetto ai quali dobbiamo mettere in campo nuovi interventi di adattamento nei territori e di protezione civile per salvare le persone.
Tra le minacce incombenti il fenomeno dell’erosione costiera, che oggi interessa in maniera più o meno diffusa tutte le regioni italiane, come racconta nel suo contributo Enzo Pranzini. Oggi più di un terzo delle nostre spiagge è in erosione e il futuro sembra ancora più arduo per l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi, cui attualmente non stiamo dando risposte adeguate. In molti casi, per rispondere all’emergenza locale, si è intervenuti con la costruzione di scogliere aderenti alla costa che hanno, di fatto, solo spostato il problema, col risultato che oggi abbiamo interi tratti di costa coperti da scogliere artificiali, che non permettendo il ricambio idrico e la sedimentazione delle sabbie, contribuiscono al progressivo abbassamento dei fondali e ai possibili crolli cui si tenta di rispondere con strutture sempre più massicce e impattanti. Inoltre, queste difese artificiali provocano correnti pericolose che possono causare annegamenti. Di recente si è passati a utilizzare la tecnica del ripascimento dei litorali che sembra aver avuto maggiore efficacia ma che ha costi economici superiori.
D’altra parte, spiega Michele Manigrasso parlando di consumo di suolo, in Italia, il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Legambiente ha realizzato una analisi di dettaglio dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, senza considerare quindi le numerose isole minori: 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile, nello specifico 719,4 chilometri sono occupati da industrie, porti e infrastrutture, 918,3 sono stati colonizzati dai centri urbani. Un altro dato preoccupante riguarda la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, che interessa 1.653,3 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di km di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosa per quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri e comunque è la regione meno urbanizzata d’Italia. E’ davvero preoccupante sottolineare come dal 1988 ad oggi, malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metri dalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 km all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 km, il Lazio con 41 e la Campania con 29. Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001 – 2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 in Calabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 in Friuli Venezia Giulia e 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna.
Ma non è solo la costa a soffrire la mancanza di politiche adeguate, innovative e sinergiche: i nostri mari continuano a essere minacciati dai problemi di inquinamento. Perché i ritardi nella depurazione riguardano ancora troppe città, non solo costiere, ed è vergognosa la situazione di tanti litorali italiani che fanno scappare i turisti. La maladepurazione riguarda il 25% dei cittadini italiani. Dato confermato purtroppo anche da due sentenze di condanna della commissione europea (nel 2012 e 2014) e da una procedura aperta nel 2015 per il mancato rispetto della direttiva 91/271sulla depurazione degli scarichi civili. Sono ben 1.022 (il 32% del totale), gli agglomerati coinvolti dai procedimenti europei: 81% di quelli Campani, il 73% della Sicilia, il 62% della Calabria. Problema non proprio ininfluente, visto che le sanzioni costeranno 476 milioni di euro l’anno dal gennaio 2016 a completamento delle opere. In positivo, le regioni più virtuose per depurazione sono il Veneto con “solo” il 17% dei comuni coinvolti, la Toscana col 18% e il Friuli Venezia Giulia col 24%. Anche le analisi delle acque condotte da Goletta verde nel 2015 sono risultate inquinate nel 45% dei casi. Complessivamente leinfrazioni accertate ai danni delle coste e del mare nel solo 2014 sono state 14.542, pari a 40 al giorno, 2 ogni chilometro di costa, con 18mila persone denunciate e ben 4.777 sequestri effettuati. Le infrazioni inerenti specificatamente all’inquinamento sono state 4.545, il 31% del dato nazionale, con 7mila persone denunciate o arrestate e 2.741 sequestri. Uno dei fenomeni più preoccupanti di inquinamento del mare è la quantità di rifiuti presenti, e in particolare di plastica galleggiante. Legambiente ha realizzato un’attività di monitoraggi della beach litter, con Goletta Verde che viene raccontata nel volume, e che dimostra come serva una strategia per ridurre i rifiuti portati dai fiumi e quelli prodotti dalle attività presenti nel Mediterraneo.
“Per il futuro delle aree costiere – ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – abbiamo la possibilità di ispirarci e scegliere un modello che si è già rivelato di successo. Quello delle aree protette e dei territori che hanno scelto di puntare su uno sviluppo qualitativo e che stanno vedendo i frutti positivi anche in termini di crescita del turismo. Come il sistema di 32 aree protette nazionali, che sono un esempio virtuoso di gestione delle aree costiere di cui essere orgogliosi. O come i Comuni che ogni anno Legambiente premia con le cinque vele, che dimostrano come la strada più lungimirante sia oggi quella che coniuga la tutela del territorio con la valorizzazione e recupero del patrimonio edilizio esistente. Per dare una spinta a questa prospettiva occorre però che ci siano regole chiare, senza dimenticare che il nostro Paese deve anche muovere le ruspe per demolire le migliaia di case abusive che deturpano le nostre coste e avviare operazioni di riqualificazione in aree che potranno, in questo modo, avere un futuro turistico fuori dal degrado”.
Su tutto il territorio nazionale sono diffuse 32 aree protette nazionali con misure di tutela a mare - pari a oltre 2milioni e 800mila ettari di superficie protetta a mare, racconta Stefano Donati nel suo contributo -, 27 aree marine protette (o riserve marine), 2 parchi marini sommersi, 2 perimetrazioni a mare nei parchi nazionali e un santuario internazionale per la tutela dei mammiferi marini. Inoltre oggi sono individuate ben 54 aree marine di reperimento dove istituire riserve marine. Luoghi dove si realizzano concretamente buone pratiche di gestione sostenibile, dove la tutela e la valorizzazione della natura, della biodiversità e del paesaggio, si incontrano con una sana e innovativa gestione del turismo, interconnesso con i settori dell’agroalimentare, del biologico, delle filiere corte e con l’identità locale. Diverse le esperienze di successo raccontate nel volume, dal sistema per l’ormeggio non impattante nelle baie dai fondali più delicati nelle isole Egadi, alla Rete delle imprese delle marine del parco di Viareggio, che hanno scelto la sostenibilità ambientale, con iniziative concrete di turismo che promuove e valorizza i prodotti locali, o il sistema di tutela delle coste in Sardegna solo per citare alcuni esempi.
Tabella di sintesi



Regione



Coste in erosione


(%, Ispra)



Coste trasformate da urbanizzazione


(km, Legambiente)



Carico depurato


(% solo agglomerati maggiori)*



Liguria



19,9



220,6



100



Toscana



21,3



180



92



Lazio



23,3



208



97



Campania



24,7



181



77



Calabria



32,7



522,9



86



Basilicata



38,1



19,7



85



Puglia



18,5



454



77



Molise



34,7



17



91



Abruzzo



28,3



91



94



Marche



38,8



119,8



89



Emilia Romagna



25,3



82



99



Veneto



21,0



61



99



Friuli V. G.



26,6



61,5



68



Sicilia



28,3



662



54



Sardegna



13,6



420



100



Totale



24,1



3291,5



88%