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martedì 15 maggio 2018

Lo smog si riduce anche riutilizzando le cose

Dal Web
Dal verde urbano un’altra opportunità
La guerra allo smog non si combatte solo fermando le automobili e adottando soluzioni di mobilità alternative e sostenibili. Anche il riuso dei materiali di consumo può contribuire ad abbassare le emissioni di gas serra. Solo nell’ultimo anno, ad esempio, in Italia il riutilizzo di 7 milioni di prodotti ha contribuito alla riduzione di 45mila tonnellate di gas serra e 30 tonnellate di polveri sottili. Lo rende noto un’indagine scientifica condotta con la metodologia “Life cycle assessment” da Mercatino srl, importante realtà italiana nel settore del riuso, in collaborazione con Ecoinnovazione.
 
Non solo: ridare vita a quegli oggetti ha prodotto anche un vantaggio economico stimato in 40 miliardi di euro. Più in generale, il flusso di beni riutilizzati ha permesso di recuperare negli ultimi sei anni in Italia oltre 55 milioni di oggetti, l'equivalente di 11,4 milioni di metri cubi, paragonabili a 142.532 camion che, in lunghezza, corrispondono a 2.280 chilometri; praticamente la distanza che intercorre tra Palermo e Bruxelles. “È sulla base di questi risultati incoraggianti per la nostra economia, per il territorio e per la sostenibilità, di cui tanto si parla - ha detto Sebastiano Marinaccio, presidente Mercatino Srl - che con Legambiente abbiamo già firmato i primi due protocolli d'intesa con i Comuni di Trapani ed Erice, e altri che a seguire intenderanno avviare la sperimentazione
scientifica Lca nei propri territori”.
 
Secondo Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, il settore dell’usato risponde a una precisa esigenza ambientale, ovvero la riduzione della produzione dei rifiuti alla fonte. “Anziché terminare la loro vita nei cassonetti, negli econcentri o in impianti di trattamento di smaltimento dei rifiuti, gli oggetti ancora in buono stato possono essere riutilizzati da altri soggetti, consentendo di soddisfare la domanda dei consumatori, abbattendo l’impatto generato dalla produzione o dal nuovo packaging e diminuendo sistematicamente il conferimento presso le isole ecologiche”.
 
Proprio questo ultimo aspetto ha condotto Legambiente ad approfondire il fenomeno: gli oltre 11 milioni di metri cubi di oggetti venduti in 6 anni da Mercatino equivalgono al volume totale di rifiuti urbani conferiti in discarica nel 2016 in Italia.
 
Dal verde urbano un’altra opportunità
 
Non solo riuso. Un ulteriore aiuto nella lotta allo smog potrebbe arrivare dal potenziamento del verde urbano. È infatti dimostrato che una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri sotti e di smog in un anno.
 
Un sogno almeno per il nostro Paese dove, con appena 31 metri quadrati di verde urbano a testa, le città non riescono a rompere l’assedio dello smog. In alcune grandi città, poi, il dato è ben al di sotto della media nazionale.
 
Ad esempio a Torino, con i suoi 22 metri quadrati e a Milano, che si ferma a quota 17,9; per non parlare di Napoli, dove i metri cubi di verde sono appena 13,6 per abitante. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti basata su dati Istat. Un’inversione di tendenza potrebbe arrivare però con il “bonus verde” introdotto con l’ultima manovra finanziaria del governo. Il bonus prevede detrazioni del 36% per la cura del verde privato quali terrazzi e giardini, anche condominiali. La detrazione va ripartita in dieci quote annuali di pari importo e va calcolata su una spesa massima di 5.000 euro per unità immobiliare a uso abitativo, quindi si possono recuperare fino a 1.800 euro. 
 
Si tratta di una misura importante per potenziare il polmone verde delle città aggiungendo nuove aree ai parchi e ai giardini già esistenti. Di un tale aiuto naturale per catturare una maggiore quantità di polveri sottili e ridurre il livello di smog, ne gioverebbero soprattutto i cittadini. In Europa, infatti, ogni anno si stimano in 500mila le morti causate dall’inquinamento atmosferico e chi vive nelle aree urbane, soprattutto i bambini, è più esposto a tali rischi.

giovedì 3 maggio 2018

Nel mondo del possesso, non avere niente è un'arte

Dal Web

Sembra un'eresia scrivere sulla difficile e affascinante arte di non avere niente in un'epoca dove tutto si basa sul possesso e l'accumulo di cose materiali, di titoli, di riconoscimenti.


Salvatore La Porta nel suo libro Less is more – Sull’arte di non avere niente esamina la questione facendo un interessante excursus fra letteratura e personaggi di grande levatura che in qualche modo hanno rappresentato direttamente o analizzato questa nobile arte nei loro scritti. Laddove il non avere niente non significa solo un'assenza di possesso o di proprietà, ma anche libertà assoluta da dogmi, condizionamenti e imposizioni, tutti aspetti che fanno una terribile paura all’autorità e a chi deve per forza avere irreggimentazioni, recinzioni mentali e sicurezze ma allo stesso tempo affascinano grandemente per il senso di libertà assoluta che danno.   
Si legge nel libro: «Soltanto chi ricerca la conoscenza o la bellezza per se stessa può creare qualcosa di completamente nuovo; chi ha la mente ingombra di concetti come autorità e accademia non ha spazio né coraggio per trovare strade nuove. Inoltre, spesso non ha neanche la motivazione per farlo, perché la ricerca del bello e del giusto non è fine a se stessa, ma ad acquisire un titolo di studio, una cattedra o a farsi una carriera. E per quello basta seguire il percorso indicato e ossequiare l’autorità».
Le citazioni e gli esempi sono vari come quello di Christopher McCandless  sulla cui storia è stato tratto il film Into the wilde in una lettera a un amico scrive sul cambiamento.
«C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo».
Dall’esempio di McCandless, La Porta analizza il rispetto che si nutre verso chi fa scelte giudicate estreme, quando poi a ben vedere una scelta estrema al giorno d’oggi è vivere in una città invivibile o fare un lavoro nocivo per se stessi e gli altri, privo di senso o che si odia.
«L’arte di non avere niente - si legge ancora - affascina da sempre l’essere umano, perché significa libertà, coraggio e coerenza. Tutte qualità che nella vita di un uomo sono presenti in determinate percentuali, ma che in quelle (spesso brevi) di chi è completamente dedito alla sua pratica sono presenze assolute: chi non ha il coraggio di seguirne l’esempio fino in fondo prova comunque rispetto e amore per chi ne è rapito».
Ma La Porta indica anche strade dove è possibile trovare un senso maggiore rispetto ad una vita votata all’accumulo, all’arrivismo alla competizione sfrenata.
«Potrebbe essere rilassante, allora, sfilare i canini dal collo del prossimo, dedicando le nostre energie alla ricerca di noi stessi piuttosto che all’accumulo compulsivo di ogni cosa, rendendoci conto che lo spazio della nostra esistenza è limitato, ingombro per natura, e va gestito con parsimonia. Si può rinunciare a uno stipendio più cospicuo in cambio di tempo, al prestigio di un ruolo in cambio di sincerità nei rapporti con le persone, alla sicurezza del futuro in cambio della libertà di cambiare idea. Si può persino rinunciare a ogni cosa, oppure a molto, almeno a qualcosa: l’alternativa è rinunciare a se stessi. Se diventiamo solo quel che possediamo, perdiamo irrimediabilmente la nostra umanità».
Sostanzialmente La Porta fa intervenire i cosiddetti valori e gli aspetti non monetari dell’esistenza che sono gli unici che possono mettere in crisi un sistema votato al suicidio. E fa una rivisitazione di Epicuro che non può che trovarci assolutamente d’accordo avendo trattato molto questi argomenti nei nostri scritti.
«Epicuro non desiderava altro che vivere privo di ogni cosa superflua, ricercando la verità e un piacere quieto senza lasciarsi divorare dalla malattia del possesso. La sua filosofia era un’acuta analisi della natura, capace di anticipare il pensiero scientifico, e un farmaco morale che raccomandava all’uomo di fuggire i piaceri dinamici (la gloria, il successo o la ricchezza) che, acquisiti, lasciano più insoddisfatti di prima, per dedicarsi a quelli statici: le necessità primarie, il cibo semplice, l’amicizia».
Si spinge ad esaminare argomenti tabù come quello della coerenza che ormai è praticamente una specie a rischio di estinzione e chi la pratica è considerato un povero scemo che non sa stare al modo perché per motivi insondabili non concepisce ad esempio l’approfittare e lo sfruttare gli altri.
«Se la paura è sempre paura di perdere qualcosa, allora il coraggio è la capacità di mettere in pericolo i propri averi, i propri affetti, le proprie idee per conseguire qualcosa di più importnte: la coerenza fra le proprie azioni e ciò che si ritiene giusto o desiderabile. La fine dell’asincronia».
E infine  una grande citazione di Checov.
«Io…sono arrivato al punto di poter dormire nudo per terra e divorare l’erba: Dio conceda a tutti una vita simile. Non ho bisogno di nulla e non temo nessuno, e a mio parere non c’è uomo più ricco e libero di me».
Riflessioni importanti che ci ricordano come è possibile trascendere i propri limiti, mettere in discussione le proprie convinzioni e provare una nuova dimensione, darsi nuove risposte a sempre più profonde domande arrivando fino all’essenza del proprio essere che ha ricchezza e profondità al cui confronto le ricchezze dei paperoni del mondo sono di una miseria assoluta.

lunedì 23 aprile 2018

Le Comunità degli “Energy Citizen”

Dal Web
di Gianni Girotto – Da alcuni anni si è capito che l’energia può essere prodotta non solo da grandi impianti (nucleari, a carbone, petrolio, gas, idroelettrici…) ma grazie all’avvento delle tecnologie rinnovabili, da tutta una serie di piccoli e piccolissimi impianti che funzionano grazie appunto al sole, al vento, al geotermico…etc.
Sino ad ora però queste migliaia e migliaia di impianti sono nati e cresciuti in forma “disorganizzata”.
Oggi è tempo di fare un ulteriore passo, e di organizzare queste migliaia e migliaia di soggetti in cooperative ad azionariato popolare, con voto capitario, e senza fini di lucro. Non solo, è tempo anche di dare l’opportunità a tutti coloro che, per vari motivi, non possono permettersi di costruire un impianto di loro proprietà, di avere comunque a disposizione energia proveniente da Fonte completamente rinnovabile.
Si badi bene, questa è l’ennesima “scoperta dell’acqua calda”, in quanto nei paesi del nord Europa questo modello organizzativo, già assolutamente comune, è utilizzato in migliaia di casi (leggi lo studio gratuito “La Democrazia energetica”), ed é fortemente voluto e previsto dalle Direttive Europee. In Italia viceversa siamo ancora agli inizi, ed a maggior ragione quindi è opportuno far conoscere a tutti queste nuove realtà che “chiudono il cerchio” delle rinnovabili, consentendo a tutti di avere a casa propria energia rinnovabile anche in assenza di un impianto installato nel proprio edificio.
E’ quindi possibile dire addio al vecchio fornitore e alle vecchie fonti fossili, con il vantaggio di non essere più un numero, un cliente come tanti altri, ma un socio, con un voto esattamente come tutti gli altri.
In questo video vi spieghiamo alcune cose: 
Dallo studio The Potential for Energy Citizens in the European Union – condotto dall’istituto di ricerca ambientale CE Delft per conto di Greenpeace, Federazione Europea per le Energie Rinnovabili (EREF), Friends of the Earth e REScoop.eu – emerge che, già oggi, i cittadini europei – producendo o fornendo energia in forma individuale o collettiva – hanno trasformato il mercato in molti paesi europei, contribuendo a creare un modello innovativo di gestione diretta dell’energia elettrica. E il rapporto stima che al 2050 un cittadino europeo ogni due sarà prosumer, ovvero consumerà l’energia autoprodotta con impianti rinnovabili individuali, collettivi o di piccole imprese, con il risultato che il 45% dell’energia elettrica europea proverrà dai cosiddetti “energy citizen”. Per l’Italia i numeri dicono che al 2050 2 italiani su 5 saranno “cittadini energetici”: per il 37% come individui (impianti fotovoltaici domestici), per un altro 37% in forma collettiva (cooperative energetiche), il 25% da piccole imprese e l’1% dagli Enti Locali.
L’identità delle cooperative energetiche
Le cooperative energetiche sono iniziative collettive che operano per favorire ed accelerare la transizione energetica verso un modello 100% attribuendo il dovuto peso agli impatti ambientali, economici e sociali della produzione e del consumo energetici.
In termini generali la cooperativa è una forma di aggregazione spontanea di individui che si uniscono per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali e le proprie aspirazioni, creando una società di proprietà comune e democraticamente controllata. Declinandola in ambito energetico, oltre a questo, la cooperativa ha il potere di diventare anche un’operazione di disinvestimento dalle multinazionali fossili a favore di progetti sostenibili, decentralizzati ed etici ad azionariato popolare, incrementando la quota rinnovabile nel mix nazionale.
L’esperienza italiana
In Italia la cooperazione energetica è relativamente recente e si ispira comunque alle esperienze di successo delle storiche comunità energetiche europee – in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Spagna – che nell’insieme aggregano centinaia di migliaia di soci in cooperative di produzione, di utenza o di entrambe.
Fatta eccezione per le cooperative dell’arco alpino che risalgono agli inizi del ‘900, uno degli esempi recenti in Italia è Retenergie, cooperativa di produzione nata nel cuneese, che dal 2008 realizza impianti rinnovabili collettivi a basso impatto ambientale e sociale. Assieme ad Avanzi, che ha promosso l’iniziativa in qualità di partner del progetto europeo RESCOOP20-20-20, e ad Energoclub Onlus, la stessa Retenergie ha contribuito a far nascere nel 2014 ènostra, la cooperativa a finalità mutualistica che dal 2016 fornisce elettricità rinnovabile, sostenibile ed etica ai propri soci. Con la fusione tra ènostra e Retenergie nascerà un’impresa di comunità che concretizzerà anche in Italia il nuovo modello di gestione del Bene Comune Energia, attraverso il coinvolgimento diretto dei soci nella sfera della produzione, del risparmio e del consumo.
I vantaggi del non essere a scopo di lucro
Non essere a finalità lucrativa non significa non fare margini bensì perseguire valori che non sono quello economico, ma quello ambientale e soprattutto quello sociale. Significa che non si margina facendo speculazioni ma attribuendo un valore equo all’energia elettrica e ai servizi a copertura del costo di produzione e di gestione. Creando un equilibrio tra interessi normalmente contrapposti (produttori vs consumatori) grazie all’unione dei due soggetti nel ruolo di prosumer si determinano ricadute positive ed economie. Si crea un circuito virtuoso tra produzione, vendita e consumo. E maggiore è il numero di soci, maggiori i benefici e le opportunità per i soci stessi.
Dall’UE novità a beneficio dei consumatori
Il 18 gennaio 2018, i parlamentari UE hanno votato e approvato i documenti di revisione delle direttive su rinnovabili e mercato elettrico volti a favorire la transizione energetica, come stabilito dal pacchetto “Energia pulita per tutti gli europei”. Per la prima volta sono stati riconosciuti il ruolo centrale ai consumatori e, in particolare, i diritti del prosumer e dell’active consumer. Con il nuovo quadro giuridico, a cittadini e comunità energetiche – gli “energy citizen” appunto – sarà garantita la partecipazione attiva al futuro mercato dell’energia.
Tra gli emendamenti del Parlamento UE sulla direttiva per la promozione dell’uso delle rinnovabili approvati lo scorso 17 gennaio:
(54) La partecipazione dei cittadini e delle autorità a livello locale a progetti nell’ambito delle energie rinnovabili attraverso le comunità che producono energia rinnovabile ha comportato un notevole valore aggiunto in termini di accettazione delle energie rinnovabili a livello locale e l’accesso a capitali privati aggiuntivi, il che si traduce in investimenti a livello locale, in maggiori possibilità di scelta per i consumatori e in una maggiore partecipazione dei cittadini alla transizione energetica, in particolare incoraggiando la partecipazione delle famiglie che potrebbero altrimenti vedersi escluse, in un miglioramento dell’efficienza energetica a livello domestico e in un contributo alla lotta contro la povertà energetica grazie ai tagli ai consumi e alle tariffe di fornitura. Questo coinvolgimento a livello locale sarà tanto più importante in un contesto caratterizzato dall’aumento della capacità di energia rinnovabile in futuro.
Il nuovo quadro normativo in via di definizione getterà basi più solide a favore delle tariffe “demand response”, della vendita di energia tra pari, del “virtual net metering”, ovvero la possibilità di sottrarre dalla propria bolletta, l’energia prodotta dagli impianti situati lontano dalla propria casa) e altre soluzioni innovative a vantaggio del consumatore finale, ma anche della rete e della riduzione degli sprechi.
Le comunità energetiche: cuore e motore della transizione
I numeri parlano chiaro: nel 2017 l’85% della nuova potenza elettrica installata a livello europeo riguarda sistemi rinnovabili. In Italia lo scorso anno sono stati investiti 2,5 miliardi di dollari, con un incremento del 15% rispetto all’anno prima.
Se mettiamo insieme tutti i pezzi risulta chiaro che il modello energetico sta davvero cambiando e in Italia le comunità energetiche saranno sempre più protagoniste. Saranno il cuore e il motore di questa transizione.

giovedì 12 aprile 2018

L'umanità cieca di fronte al cambiamento climatico

Dal Web

Qualsiasi persona di senno, con la propria casa in fiamme e i familiari dentro, farebbe di tutto per salvarli; eppure, nonostante il nostro mondo stia bruciando, la grande famiglia umana non si adopera granchè per salvarsi. Quello dei cambiamenti climatici è uno dei grandi dilemmi contemporanei che vedono l'umanità cieca e pressochè inerme di fronte alla propria veloce estinzione auto-provocata.



Fino a una trentina di anni fa eravamo in pochi a dare l’allarme per cercare di porre l’attenzione su un problema di enorme portata come quello del cambiamento climatico e delle sue conseguenze drammatiche. Come da copione, eravamo considerati catastrofisti, eccessivi, si diceva che la situazione non era così grave, qualche esperto aveva pure il coraggio di affermare che il riscaldamento della terra era fisiologico, che erano aspetti ciclici, non c’era nulla di cui preoccuparsi.
Poi si venne a sapere che chi negava i cambiamenti climatici era spesso lautamente prezzolato dalle industrie petrolifere e le stesse pagavano giornalisti o sedicenti esperti per confutare le tesi dei sempre più numerosi scienziati che in maniera indipendente dimostravano la grande pericolosità dei cambiamenti climatici e le dirette responsabilità umane in merito. 
Oggi, praticamente più nessuno confuta quello che “i catastrofisti” dicevano già tempo addietro e cioè che i cambiamenti climatici non solo sono un prodotto delle attività umane ma che stanno anche correndo più velocemente del previsto e creando sempre più gravi e irreversibili problemi. Le conferenze sul clima decidono poco e nulla e quel poco che decidono viene persino disatteso; si continua ad andare avanti più o meno come se nulla fosse. Oltre agli ambientalisti, molte personalità stanno dando l’allarme; fra queste anche quello che è considerato uno tra i più grandi scrittori indiani viventi, Amitav Ghosh, che ha dedicato un  libro sull’aspetto della rimozione collettiva del problema dei cambiamenti climatici e il relativo scarso interesse della letteratura per questo tema. Il libro si chiama emblematicamente “La grande cecità” e Ghosh, cercando di capire il perché di questa rimozione collettiva, mette in discussione il paradigma che qualsiasi cosa venga dal progresso (occidentale) sia di per sé positiva e auspicabile. 
Analizza come gli uomini nella loro arroganza non si rendano conto che è impossibile imbrigliare la natura e costringerla ai propri voleri spesso del tutto innaturali. Ci parla della rimozione dei rischi facendo esempi di varie città costiere dove la crescita dipende dall’assicurarsi che si chiuda un occhio proprio sui rischi. Scrive delle centrali nucleari in India che a causa di eventi climatici estremi potrebbero avere problemi come in Giappone. E mettendo l’accento sulla scelleratezza e stupidità umana, citando la tragedia della centrale nucleare di Fukushima nota come  “Nel medioevo erano state collocate lungo il litorale delle tavolette di pietra per mettere in guardia dagli tsunami: alle generazioni future veniva detto senza mezzi termini: ”Non costruite le vostre case al di sotto di questo punto!"I giapponesi non sono di certo meno attenti di qualunque altro popolo alle raccomandazioni degli antenati: eppure, non solo hanno costruito esattamente dove era stato detto loro di non farlo, ma ci hanno piazzato una centrale nucleare.
Siamo sempre alle prese con il nostro ridicolo e suicida progresso che disprezza i popoli indigeni e li giudica inferiori anche se poi sono gli unici che si sono messi in salvo dallo tsunami e considera gli antichi e la loro saggezza ed esperienza come cose di cui non tenere conto. Con un cellulare in tasca, noi ci sentiamo padroni del mondo, tranne quando appunto uno tsunami spazza via noi, il nostro cellulare e le nostre centrali nucleari. Impressionanti erano infatti nelle città giapponesi post tsunami, le code di fronte alle cabine telefoniche, le uniche che funzionavano dopo che erano saltati tutti gli altri modernissimi sistemi di comunicazione.
Anche il grande scrittore indiano per cercare le cause dei cambiamenti climatici giunge alle conclusioni ormai arcinote almeno per chi studia la situazione da tempo e cioè che il sistema della crescita è insostenibile da ogni punto di vista, ecco la sua versione:  Gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza della popolazione mondiale. L’esperienza storica dell’Asia dimostra che il nostro pianeta non consentirà che questi stili di vita siano adottati da tutti gli esseri umani. Non è possibile che ogni famiglia del mondo abbia due automobili, una lavatrice e un frigorifero, non per ragioni tecniche o economiche, ma perché altrimenti l’umanità morirebbe soffocata. E’ stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare cosa ha visto - perché essendo salita su questo palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è :”Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.  In questo suo ruolo di sempliciotto inorridito, l’Asia ha anche messo a nudo, col proprio silenzio, i silenzi sempre più evidenti che stanno al cuore del sistema di governance globale.
Ghosh prosegue citando Gandhi che con profetica lungimiranza già nel 1928 affermava:” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’occidente. Se un intera nazione di trecento milioni di persone (attualmente l’India ha un miliardo e trecento milioni di abitanti n.d.a.) dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette” Questa citazione è sorprendente per la schiettezza con cui va dritto al cuore del problema: i numeri. E’ la dimostrazione che Gandhi, come molti altri, capiva intuitivamente quel che col tempo la storia dell’Asia avrebbe dimostrato: che la pretesa universalista della civiltà industriale era una mistificazione; che uno stile di vita consumista, se adottato da un numero sufficientemente ampio di persone, sarebbe ben presto diventato insostenibile, conducendo all’esaurimento di tutte le risorse del pianeta.
Sarà proprio perchè Amitav Ghosh non è un “esperto”, non è uno scienziato, un economista o un politico, che riesce a capire chiaramente e semplicemente quello che è lampante così come il suo illustre predecessore?  Infatti fa esattamente quello che non fanno le conferenze internazionali sul clima che essendo gestite da politici non possono che barare sulla crescita che non viene mai messa in discussione e quindi non si arriva mai a vere soluzioni ma solo vaghi intenti e rimandi infiniti del problema. Ghosh invece giustamente collega i cambiamenti climatici ad una crescita esponenziale che è insostenibile da ogni punto di vista e contrappone la sostanzialmente inconcludente conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici e l’enciclica papale Laudato sì che invece è estremamente dura nei confronti dell’idea di una crescita infinita o illimitata che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. E’ a causa del paradigma tecnocratico che non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso ed il contesto sociale della crescita tecnologica  ed economica.
Ghosh conclude con una analisi che riporta in auge le vere e profonde conoscenze che proprio in un ambito di crisi saranno una possibile salvezza, citando anche il recupero dei legami comunitari e delle abilità manuali, aspetti centrali di cui già da tempo abbiamo scritto nei nostri testi.
Nel corso degli ultimi decenni la parabola della Grande Accelerazione ha coinciso con la traiettoria della modernità: ha portato alla disgregazione delle comunità, a un individualismo e un’anomia sempre più accentuati, all’industrializzazione dell’agricoltura e alla centralizzazione dei sistemi distributivi. Allo stesso tempo ha rafforzato il dualismo mente-corpo al punto da produrre l’illusione, propagandata in modo così potente nel cyberspazio, che gli esseri umani si siano liberati dai vincoli materiali al punto da essere diventati personalità fluttuanti scisse da un corpo. L’effetto cumulativo di tutto ciò è la progressiva scomparsa di quelle forme di sapere tradizionale, abilità materiali, arti e legami comunitari che, con l’intensificarsi dell’impatto del cambiamento climatico, potrebbero invece fornire un sostegno a un gran numero di persone in tutto il mondo - soprattutto a coloro che ancora oggi sono legati alla terra. Ma la rapidità con cui la crisi sta avanzando potrebbe quantomeno impedire che alcune di queste risorse scompaiano.
Non può che essere un aspetto positivo, in una situazione di grande cecità che personalità di questo tipo giungano anche loro a conclusioni simili a quelle che da tempo enunciamo e le portino alla grande ribalta anche se poi lo stesso Ghosh deve sconsolatamente notare che pure giornali attenti alle tematiche ambientali come il Guardian o l’Indipendent danno molta più importanza e risalto alle vacanze all’estero ad alto tasso di emissioni e alla Formula 1, che non alle notizie sul cambiamento climatico.
Ma forse, chissà, possiamo ancora rinsavire e levarci la benda dagli occhi.

domenica 1 aprile 2018

TAV in Val di Susa: progresso e fregatura ad alta velocità

Dal Web

Con la Tav in Val di Susa si va avanti malgrado lo stesso Osservatorio per l'asse ferroviario Torino-Lione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia ammesso che sui numeri ci si era sbagliati e che le previsioni sono state smentite dai fatti. Siamo oltre la follia. Ora vedremo cosa farà il nuovo governo.

di Paolo Ermani
Dove sono tutti gli esperti che hanno fatto rigorosi studi pagati lautamente, i professori di prestigiose università, i politici, i giornalisti, gli analisti, i tecnici, i super esperti di economia che per anni ci hanno raccontato roboanti balle sull’assoluta indispensabilità della Tav in Val Susa come elemento imprescindibile per rimanere agganciati al treno del progresso?
 Dove sono queste persone di fronte alla recente ammissione dello stesso osservatorio per l’asse ferroviario Torino Lione presso la presidenza del consiglio dei Ministri, che sostanzialmente ammette che la Tav non serve assolutamente a nulla?
E se la TAV è un bluff, chi ripaga la gente della Val Susa dell’occupazione militare, della restrizione della libertà e di tutti i soprusi e la criminalizzazione subita in tutti questi lunghi e per loro durissimi anni?
Sono state criminalizzate e represse persone che non hanno fatto altro che dire quello che era logico, lampante, chiaro come il sole e supportato da innumerevoli studi scientifici ben più attendibili di quelli fatti a favore della TAV, e cioè che questa tratta ferroviaria era superflua visto che non si prevedeva nessun aumento significativo del traffico di merci (che è la stessa identica conclusione a cui giunge oggi lo studio dell’osservatorio) e avrebbe creato solo danni e problemi.
 E chi ripaga l’ambiente dei danni ad oggi provocati?
 E chi ripaga i cittadini italiani delle spese enormi occorse per una inutile occupazione militare di un intero territorio? 
A rigor di logica dovremmo chiedere la restituzione dei soldi occorsi per queste  attività, a tutti quelli che erano favorevoli, hanno approvato e reso possibile questa inutile e devastante opera.
E dove è finito l’indispensabile, vitale, mirabolante Corridoio 5 Lisbona Kiev da cui dovevano passare infinite merci e per il quale il nodo in Val di Susa era essenziale, irrinunciabile e senza quello saremmo scivolati nel terzo o quarto mondo?
 E il colmo dei colmi è che nonostante lo stesso Osservatorio pro l'asse ferroviario Torino-Lione presso la Presidenza  del Consiglio dei Ministri, quindi il governo dello Stato, ammetta che chi criticava l’opera fin dall’inizio avesse ragione, si va avanti lo stesso.
  Siamo oltre la follia, oltre la presa per i fondelli, oltre qualsiasi senso logico. 
Questa inutile opera non serve ma si fa ugualmente, la cosa ha lo stesso senso di quando al servizio militare facevano fare le buche per poi ricoprirle. Peccato però che fare la Tav, significa buttare ancora cifre enormi di soldi pubblici. Con un paese fatiscente nelle sue strutture, con i viadotti e le scuole che crollano, con gli ospedali e la gente ammassata nelle corsie, noi ci permettiamo di sprecare soldi nella Tav che non serve a niente. 
L’altro aspetto assai inquietante della vicenda è quello relativo al progresso. Qualsiasi opera inutile e costosa ha sempre la giustificazione del “Progresso”. Ma visti i risultati di questo tipo di progresso ogni volta che qualcuno con interessi in gioco pronuncia questa parola, è praticamente l’attestazione della fregatura.  Progresso è fare opere inutili e costose?
 No, non è progresso, è demenza e inganno della collettività. Progresso è fare bene e con costi contenuti e soprattutto che vada realmente a favore delle persone e dell’ambiente, non a favore dei vari comitati di affari politici ed economici che siano. Niente è progresso se non tiene conto delle persone, della loro salute, della loro libertà, del loro reale benessere e della salvaguardia ambientale. E speriamo che un prossimo governo che sia realmente per il progresso, rinsavisca e fermi questo scempio e follia che è la Tav in Val di Susa.

mercoledì 28 marzo 2018

Apre Ad Amsterdam Il Primo Supermercato Al Mondo Privo Di Plastica

Dal Web
Dopo l'era dei supermercati biologici arriva quella dei reparti interamente privi di plastica: nella città di Amsterdam la catena Ekoplaza annuncia che in uno dei suoi punti vendita ha aperto al pubblico un reparto in cui tutti i prodotti esposti sono imballati ecologicamente.
L'iniziativa è stata presa basandosi sulle richieste dei consumatori e in collaborazione con l'associazione ambientalista "A Plastic Planet", un gruppo che crede fermamente nella possibilità di eliminare la plastica dalle nostre vite.
immagine: Facebook/Ekoplaza

In questo supermercato bio sono esposti 680 prodotti confezionati con imballaggi biodegradabili.

Vetro, metallo, carta e bio-pellicole che nella compostiera si degradano nell'arco di 12 settimane: all'Ekoplaza situato in Jan Pieter Heijestraat si fa la storia o, come dicono i promotori dell'iniziativa "il primo passo verso un mondo plastic-free".

"I reparti plastic-free rappresentano un modo innovativo di testare tutti quei materiali alternativi, bio e compostabili, che permettono di essere più rispettosi dell'ambiente", ha detto l'ad di Ekoplaza, Erik Does. 

Se l'esperimento avrà successo arriverà presto a coinvolgere anche gli altri 74 punti vendita della catena olandese.



lunedì 19 marzo 2018

Robot e Artigianato

Dal Web
di Alessandro Cacciato

Capita sempre più spesso di vedere realizzate delle idee che avevamo deciso di non approfondire poiché ritenute estreme o estremamente inutili. Nel panorama delle professioni, ad esempio, investire sull’artigianato artistico non risulta appetibile: la sensazione è quella di un settore non remunerativo o di un’attività di nicchia da svolgere nel tempo libero. Ma se la quarta rivoluzione industriale – quella attualmente in corso – riesce a mettere in moto azioni inedite, perché non interessarsi a qualche settore sottovalutato?
Il Sud protagonista
Un territorio candidato a questo tipo di sperimentazione è il sud Italia. Nel corso dei millenni questa parte della penisola ha subito la dominazione di numerosi popoli che hanno lasciato una ricca scia di diversità unica al mondo. Basti pensare che la Sicilia – ad esempio – con i suoi 7 patrimoni UNESCO racchiude nei propri confini il 13% dei siti Italiani dichiarati patrimonio dell’umanità, ed in tutto il suo territorio è possibile scegliere tra una vastità infinita di prodotti che vanno dall’enogastronomia all’artigianato, trovando anche nei piccoli centri delle tipicità uniche.
2020: il 70% della popolazione mondiale sarà connessa al web
Fissato questo punto inserisco nel mio ragionamento un elemento inedito: entro il 2020 il 70% della popolazione mondiale sarà connessa al web – ma non solo – già da oggi è possibile accedere facilmente alle nuove tecnologie che sono e saranno sempre più a basso costo. Un esempio è Arduino ovvero una piattaforma hardware, nata oltre dieci anni fa, composta da una scheda elettronica dotata di un microcontrollore facilmente programmabile. Chiunque di noi, grazie al software libero, potrà svilupparlo entrando a far parte di una fitta comunità che ne condivide gratuitamente i progressi on line. Funziona con lo stesso principio di Wikipedia dove sono gli utenti ad arricchirne lo sviluppo e a segnalare eventuali errori.
Tre ingredienti per passare all’azione
È naturale che siano i giovani i più inclini ad avere a che fare con queste nuove tecnologie ed in tutta Italia si moltiplicano le comunità nei FabLab, ovvero dei luoghi fisici dove i microcontrollori diventano il “cervello” di droni, sistemi di allarme e molto altro, costruiti con l’ausilio di tutor e tutorial. L’utilizzo di questi microcontrollori è talmente semplice che i rudimenti vengono insegnati ai bambini all’interno di iniziative che prendono il nome di CoderDojo.
Siamo dunque in presenza di tre “ingredienti” facilmente disponibili:
  • prodotti artigianali di alta qualità;
  • artigiani dalla professionalità unica – spesso persone anziane;
  • giovani con alta propensione all’utilizzo delle nuove tecnologie.
Che cosa accadrebbe se cominciassimo a miscelare questi ingredienti?
Facilitatori
Un attore candidato a sperimentare tutto questo dovrebbe essere la pubblica amministrazione, se solo cominciasse a facilitare piuttosto che complicare anche le questioni più semplici con la complicità di una burocrazia soffocante. Per avviare percorsi virtuosi per giovani e anziani della propria città un sindaco, ad esempio, piuttosto che chiedere risorse allo Stato – non disponibili nel breve periodo – potrebbe fare qualche cosa di rivoluzionario a partire da subito: ascoltare. Partire dagli anziani che affollano le piazze per conoscere le professioni svolte nel corso di un’intera vita; coinvolgere gli artigiani che hanno tramandato fino ai giorni d’oggi le antiche tradizioni le quali però rischiano di non essere trasferite alle future generazioni semplicemente perché non remunerative.
La centralità degli spazi pubblici
Conosciuti gli anziani bisognerà farli incontrare con quei giovani propensi alle nuove tecnologie. Ma dove? L’attore pubblico è un grande detentore di spazi che spesso non riesce ad utilizzare in mancanza di una visione. I luoghi che sono aperti tutti i giorni, che hanno le utenze operative e che vengono presidiati giornalmente dal personale comunale sono le biblioteche. Presenti in tutto il territorio nazionale, anno dopo anno – tranne rare eccezioni – stanno perdendo il ruolo di centralità nella vita culturale cittadina. Questi luoghi possono divenire il punto d’incontro tra giovani ed anziani per sperimentare l’unione tra artigianato e nuove tecnologie. Queste azioni non avranno solamente una finalità economica ma anche sociale poiché renderà protagonisti due elementi che oggi sono visti come problematica: giovani e anziani. In questa visione diverranno una risorsa immediatamente disponibile.
Un esperimento ben riuscito
Un esperimento l’ho voluto condurre personalmente in provincia di Palermo, in un territorio che presenta diverse problematiche dal punto di vista sociale ed occupazionale. Il protagonista è Francesco, un ragazzo che ha imparato l’utilizzo della scheda Arduino, grazie alla testardaggine di una sua professoressa, e ha voluto sperimentare questa tecnologia all’interno di un istituto industriale, anche se non previsto nel programma di studi del MIUR.
Pupo Siciliano 4.0
Francesco ha creato un Pupo Siciliano parlante. Spendendo poche decine di euro e senza snaturare il prodotto artistico – anch’esso patrimonio UNESCO – ha applicato ad un microcontrollore un sensore di prossimità, uno di temperatura, una memoria ed una piccola cassa audio in modo tale che, all’avvicinarsi di una persona, il pupo consiglierà – in dialetto siciliano – se coprirsi o meno per non ammalarsi. Abbiamo altresì immaginato di promuoverlo presso le comunità italo americane, permettendo la registrazione della voce dei parenti degli emigrati in modo da rendere più affascinante il prodotto. L’esercizio di rendere attraente una tipicità potrebbe essere esteso alle botteghe della ceramica, ferro o tessuti. In questo modo il comparto artigianale potrebbe essere attraversato da un nuovo entusiasmo senza chiedere niente a nessuno, ma coinvolgendo le migliori menti del territorio dove scuola e università potrebbero accelerare l’iniziativa e l’attore pubblico facilitare la chiamata all’azione di quei giovani che affollano la ricca percentuale dei NEET.
Futuro
Il futuro è già arrivato ma sembra che in pochi se ne siano accorti, forse a causa di quella dannata mentalità che ritiene più rassicurante aspettare che qualcuno possa modificare il nostro domani, piuttosto che guardarsi intorno con ritrovata curiosità e fantasia.

L’AUTORE