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domenica 10 dicembre 2017

La crisi economica, la disillusione del "progresso", gli orti urbani e il cibo bio

Dal Web
di Roberto Ronchetti 


Ospitiamo un intervento del professor Roberto Ronchetti, 

presidente della sezione laziale del'associazione Medici per 

l'Ambiente ISDE; 

Ronchetti è stato per 33 anni titolare della cattedra

 di clinica pediatria al policlinico Umberto I di Roma e dal 2002 si 

occupa come ambientalista dell'effetto nocivo sulla popolazione

 dei contaminanti ambientali. La sintesi



Nonostante le previsioni rassicuranti di politici, economisti, sociologi ed esperti di varia natura la
 “crisi” economico-finanziaria iniziata alcuni anni addietro appare sempre più invasiva, grave e
 duratura. 
Anziché essere, come è stato detto, un quasi fisiologico e temporaneo squilibrio delle leggi
 di mercato che regolano a livello mondiale il benessere economico delle nazioni e dei cittadini,
 cresce il sospetto  che la “crisi” sia, viceversa, un processo largamente irreversibile,
 legato su scala mondiale alla iperproduzione di merci non necessarie e
 alla contemporanea carenza o all'impoverimento
 progressivo delle riserve di materie prime. Su tutto questo incombe l’ombra minacciosa, o meglio
 la verità emergente, della speculazione finanziaria mondiale .
Senza entrare in difficili disquisizioni sulle cause, evoluzioni e conseguenze della
 situazione economica ed ecologica che stiamo vivendo, non c’è dubbio che
 a causa della crisi ciascuno di noi tende a modificare il suo stile di vita ovviamente
 in funzione delle proprie condizioni economiche, della propria cultura e della 
situazione logistica nella quale vive. Il tratto comune di questi cambiamenti 
nello stile di vita è che in generale ciascuno tende a ridurre i propri consumi, 
rendendo con ciò sempre meno probabile la “ripresa” che ci viene incessantemente promessa, 
almeno stante le attuali dottrine economiche dominanti.
 Si può, oppure no, condividere la dottrina, propugnata da molti, della “decrescita felice”, 
secondo la quale un certo tipo di riduzione del “prodotto interno lordo” 
potrebbe non incidere significativamente sul benessere della popolazione.
 Tuttavia, non c’è dubbio che se i cambiamenti di stile di vita 
venissero convogliati verso il mantenimento quantitativo e il miglioramento qualitativo dei “beni” 
essenziali per il benessere della comunità, la diminuzione, forse inevitabile, dei consumi potrebbe
 essere meglio tollerata e si potrebbe addirittura dare vita a un’economia alternativa, in grado di 
compensare con un meccanismo virtuoso la riduzione di attività industriali non essenziali,
 forse inutili o ecologicamente negative.
La produzione di cibi
Un bene essenziale per il benessere della comunità e che riguarda tutti è certamente il cibo,
 che deve essere disponibile in quantità adeguata, ma soprattutto essere qualitativamente ottimale.
 È un argomento delicato, perché le restrizioni economiche possono portare molte persone a
 compiere scelte che peggiorano la sicurezza e la qualità di ciò che si mangia. 
Peraltro, indurre la popolazione a dedicare attenzione ed energie alla produzione controllata e
 sicura di cibi può rappresentare un volano in grado di avere impatto positivo sulla creazione 
di posti di lavoro e sull’economia in generale. 
Intendiamo riferirci alle pratiche della “agricoltura biologica”e della “filiera corta”, 
ma soprattutto a quell’atteggiamento mentale che di queste pratiche è la premessa: 
il sentire che ciascuno di noi deve intensamente occuparsi e fornire le proprie
 migliori energie per soddisfare i bisogni personali, quelli connessi al proprio cibo in primo luogo, 
ma si tratta ovviamente di un modo di essere con valenza molto più generale.
Il ritorno alla terra significa per l’individuo appartenere a un territorio, 
riconoscere una radice vivente che, coltivata, diventa frutto di una identità culturale,
 non si parla più solo di uno sfruttamento o di una resa economica del territorio.
 Si ritrova il significato stesso della propria esistenza, si notano molte
 cose che non vanno nel nostro stile di vita ipertecnologizzato, ci si accorge che
la Natura ha le sue regole, e che non seguirle porta alla rovina.
A livello di società, questo tipo di comportamento individuale tende a produrre, 
tra l’altro, la richiesta ed anzi la pretesa, che le Autorità Politiche mettano
 in atto una “politica alimentare” basata su interventi sia incentivanti che di 
controllo rivolti all’agricoltura. 
Tale azione delle autorità deve tenere nel massimo conto le conseguenze
 ecologiche e sulla salute delle pratiche agricole, e a tal fine deve mettere in
 primo piano l’informazione e l’educazione dei cittadini.
 Le esigenze di tipo economico debbono trovare armonico equilibrio in questo contesto. 
Questi contenuti sono ampiamente ripresi nelle strategie europee e nazionali, 
ma essi hanno stentato ad affermarsi nonostante l’urgenza di interventi 
a favore della qualità ecologica del territorio e della salute dei cittadini.
Occorre quindi rilanciare un certo tipo di agricoltura che non si giovi di brevetti e
 non sia condotta per conto di terzi o di multinazionali.
Nel nostro paese gli organismi geneticamente modificati (OGM), 
causando la perdita d’identità delle colture, diffondendo genomi alieni e garantendo un ricavo 
solo a chi li vende, semplicemente non servono.
Occorre ripopolare le campagne e si potrebbe suggerire che i nostri concittadini che
 hanno bisogno di lavorare debbano riappropriarsi di quel sapere antico che è ancora oggi 
nelle mani di pochi, ma sta scomparendo. Non necessariamente questo compito di dare vita
 ad una nuova agricoltura deve essere affidato a persone in età produttiva: abbiamo nella nostra
 società un numero sempre maggiore di persone efficienti, escluse per limiti 
di età dal mondo produttivo, che “si godono” la pensione, in realtà conducendo
 una vita spesso inattiva e noiosa, routinaria e priva di soddisfazioni.
 È proprio a questa categoria di persone che principalmente va rivolto l’invito a dare il
 via alla ricostruzione dell’agricoltura nazionale.
Rilanciare una buona agricoltura
Queste semplici considerazioni che chiunque può trovare condivisibili incontrano, quando
 le si volesse trasformare in atti pratici volti a ritornare alla pratica di una sana agricoltura da
 parte di molti cittadini, formidabili ostacoli di natura pratica e soprattutto culturale
È nozione comune che la vita dell’agricoltore debba necessariamente
 svolgersi in un ambiente ostile, poco salubre e certamente lontano per molti motivi dalle
 comodità a cui negli ultimi decenni siamo stati abituati nella vita cittadina.
 Ciò è vero per tutti, ma vale in particolare per le persone anziane e con problemi di salute.
 Anche i giovani rifuggono dai sacrifici che le pratiche agricole notoriamente 
impongono e in particolare l’Italia si colloca, all’interno dell’Unione Europea, tra i Paesi con
 minore incidenza di conduttori giovani.
Non si tratta soltanto di questioni pratiche connesse alla prospettiva di 
una vita priva delle comodità abituali nella vita cittadina:
 c’è anche, ed è forse più importante, un problema di collocazione sociale
 che, pur senza basi razionali e per mere motivazioni psicologiche, 
rende praticamente inaccettabile e “indecoroso” per un comune abitante di città
 di divenire contadino, pastore, agricoltore, ecc.
Ci sono infine notevoli ostacoli cognitivi e psicologici a causa del fatto che un cittadino che 
volesse intraprendere un’attività agricola, non sappia quali spese dovrebbe affrontare,
 quali saranno i guadagni o i raccolti cui potrebbe aspirare, quali le procedure da seguire. 
L’impegno di energie e tutta una serie di conoscenze tecniche che gli sono assolutamente 
estranee ed appaiono difficili da ottenere.
Di fronte a queste difficoltà, che si oppongono al necessario rilancio di una sana agricoltura
occorre immaginare una “soluzione ponte”, che consenta a persone fondamentalmente prive
 di esperienza specifica di avviare un’attività in campo agricolo con un
 limitato impegno economico e personale.
L’orto urbano rappresenta in tal senso la soluzione più appropriata.

Parte seconda











Parte terza













martedì 28 novembre 2017

L'Unione Europea rinnova l'uso del glifosato per altri 5 anni

Dal Web
Di  DAVIDE LIZZANI

Gli stati dell'UE hanno votato: l'autorizzazione per il potente erbicida verrà estesa. Rimane aperto il dibattito sui rischi per la salute.

Il glifosato si trova soprattutto nel Roundup, un diserbante prodotto da Monsanto che in tutto il mondo registra vendite per 4,75 miliardi di dollari.|ALAMY/IPA
L'Unione Europea ha rinnovato per altri 5 anni l'autorizzazione all'utilizzo del glifosato, uno dei più potenti e diffusi diserbanti del mondo. Lo ha deciso il Comitato d'appello dell'Unione Europea, dopo diversi rinvii.

Italia e Francia si sono dette contrarie, ma Germania e altri Stati hanno fatto pendere l'ago della bilancia a favore del glifosato, sostanza i cui effetti sull'uomo sono molto dibattuti: mentre l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) la reputa "non carcerogena", l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l'ha classificata come “probabilmente cancerogena per gli esseri umani”.

UNO STINCO DI (MON)SANTO? Il glifosato è  un diserbante non selettivo, vale a dire una molecola che elimina indistintamente tutte le erbe infestanti. È stato introdotto sul mercato dall'azienda agroalimentare americana Monsanto nel 1974, ed è oggi l’erbicida più utilizzato al mondo: dalla sua introduzione ne sono state spruzzate sui campi quasi 9 milioni e mezzo di tonnellate. 

Mentre la sua efficacia è ineccepibile, la sua sicurezza è stata messa in discussione più volte, come vi abbiamo anche raccontato durante  uno dei recenti incontri di Focus sull'alimentazione

ANCHE IN ITALIA, CON LE DOVUTE CAUTELE. Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, ha dichiarato: «Il voto odierno è un regalo alle multinazionali agrochimiche, a scapito di salute e ambiente. Bene comunque il voto contrario dell’Italia che ha dimostrato nuovamente di dare priorità alla tutela delle persone, e non al fatturato di chi produce e commercia il glifosato».

L'uso del diserbante è da tempo regolato nel nostro paese. L'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) aveva infatti già dichiarato che il glifosato costituisce «un buon esempio di sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, nei confronti della quale le istituzioni hanno deciso di mettere in atto il principio di precauzione: non vietarne del tutto l'uso (mossa che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell'attesa di ulteriori studi».

lunedì 27 novembre 2017

Due ruote per una vita migliore

Dal Web
 Ogni anno, più di 22'000 biciclette di seconda mano lasciano la Svizzera dirette in Africa. Un'associazione elvetica si occupa di raccoglierle, ripararle e spedirle via mare, regalando così alle due ruote una nuova vita nei paesi del sud. 
Paolo Richter, 51 anni, si interessa fin da giovane alla meccanica delle biciclette. Nel 1993, in un contesto di crisi economica, apre così a Berna l'atelier di riciclaggio Drahtesel (oggi azienda sociale) con un doppio obiettivo: dare nuova vita alle biciclette e un'opportunità di lavoro ai disoccupati. Poco a poco, il magazzino comincia però a riempirsi. Un soggiorno in Ghana fa germogliare una nuova idea nella mente di Richter: spedire le biciclette in Africa, permettendo così alle popolazioni di diversi paesi di muoversi più liberamente. Lo stesso anno parte il primo carico per il Ghana: il progetto VelafricaLink esterno è ufficialmente lanciato. Oggi Velafrica collabora con diverse istituzioni sociali che impiegano disoccupati, persone con problemi di salute e migranti. 
In Tanzania, le biciclette provenienti dalla Svizzera sono particolarmente apprezzate dalla popolazione, perché considerate più robuste e meno care rispetto a quelle cinesi disponibili sul mercato locale. Malgrado la loro solidità, anche queste biciclette devono però essere riparate di tanto in tanto. Per questo motivo Velafrica si occupa anche di formare meccanici in Africa, costruire officine e garantire la fornitura di pezzi di ricambio e utensili di lavoro. Attività che creano anche nuovi impieghi e opportunità di formazione.
Velafrica lavora in Tanzania con l'associazione Vijana Bicycle Center (VBC)Link esterno, che impiega giovani malati di AIDS. Dal 2011, 37 ragazzi e ragazze hanno completato un apprendistato come meccanici di biciclette. 

martedì 21 novembre 2017

Clima ed energia: Roma fa sul serio

Dal Web
di Antonio Lumicisi

Lo scorso 14 novembre l’Assemblea Capitolina ha approvato l’adesione di Roma al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia, la principale iniziativa a livello europeo che coinvolge le città nella lotta al cambiamento climatico.

Dopo un passaggio in Giunta Comunale (memoria numero 62 del 9 ottobre) e l’approvazione in Commissione Ambiente (3 novembre), l’atto è stato sancito ufficialmente dall’Assemblea Capitolina, terminando quindi il suo iter procedurale. Ora ci si concentrerà nella redazione del Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), lo strumento operativo che dovrà dimostrare, in pratica, come la città di Roma intende raggiungere gli obiettivi che si è prefissata con l’adesione al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia e ben sapendo che l’obiettivo minimo da raggiungere è una riduzione del 40% delle emissioni di gas climalteranti sul territorio della città entro il 2030. Oltre alla riduzione delle emissioni (mitigazione), il PAESC dovrà contenere anche una valutazione preliminare di resilienza, propedeutica ad una vera e propria Strategia per l’Adattamento. La Commissione Europea concede due anni dalla data di adesione, quindi Roma dovrà presentare il proprio PAESC entro il 14 novembre 2019.
Ricordiamo che Roma aveva già aderito al Patto dei Sindaci nel 2009 e il Piano di Azione per l’Energia Sostenibile (PAES) che fu adottato nel 2013, in realtà non fu mai attuato e le azioni in esso contenute furono presto dimenticate. Le Amministrazioni che si sono succedute tra il 2009 e il 2015, evidentemente, non hanno creduto nell’importanza di questo percorso. La Giunta Raggi, presa visione della situazione e del ritardo accumulato dalle precedenti Amministrazioni, ha deciso di proporre la revoca del precedente PAES, consapevole che ciò che non fu fatto in 10-12 anni non avrebbe potuto farsi in 3-4 (tanti ne rimanevano al 2020, orizzonte temporale per il PAES). La revoca è stata necessaria anche per un’altra ragione, prettamente politica, è cioè il fatto che il precedente PAES non rispondeva alla visione di città sostenibile che la nuova Amministrazione intendeva portare avanti.
Nel nuovo PAESC, che ha un orizzonte temporale al 2030 in quanto si riferisce alle città che hanno aderito al Patto dei Sindaci dopo il 2015, confluiranno le visioni e le strategie settoriali già in atto con la nuova Amministrazione, a cominciare dal Piano per la gestione dei Materiali Post-Consumo (PMPC) che sarà di supporto al fine di calcolare la riduzione delle emissioni, con la nuova politica, nell’ambito del ciclo dei rifiuti; tema quello dei rifiuti che era stato escluso nel precedente PAES. Inoltre, il Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) che contribuirà nel PAESC per quanto riguarda il settore dei trasporti e un pacchetto di azioni sono state già identificate. Ancora, le Linee di indirizzo per Smart City che daranno un contributo importante al PAESC al fine di rendere la nostra città più vivibile e inclusiva. Questi e altri piani di settore strategici comporranno il PAESC che darà una fotografia omogenea e olistica della città al 2030, ma partendo da adesso, con azioni che sono già in campo.
Ridurre le emissioni di gas climalteranti significa risparmiare energia, soprattutto quella da fonte fossile. Risparmiare energia significa liberare risorse economiche che possono essere utilizzate per altri scopi. Le azioni che saranno inserite nei Piani settoriali e, in ultima analisi, nel PAESC, saranno azioni credibili e fattibili, con un piano economico-finanziario ben delineato.
La sfida è enorme, Roma ha una superficie che è dieci volte Parigi e diversi Municipi sono più grandi e popolati di città come Genova, Reggio Emilia e tante altre città italiane. Per questo si lavorerà tutti insieme: Roma Capitale, Municipi, Cittadini, Associazioni di categoria ed imprese con un unico obiettivo: rendere Roma una città sostenibile e resiliente.

venerdì 17 novembre 2017

FINALMENTE SI POSSONO PARCHEGGIARE LE BICI NEI CORTILI CONDOMINIALI A ROMA

Dal Web

Commissione Mobilità MODIFICHE DELLA DELIBERAZIONE 18.8.1934 N. 5261 E S.M.I., “  REGOLAMENTO GENERALE EDILIZIO DEL  COMUNE DI ROMA  ” – INTRODUZIONE DELL’ART. 37-BIS  
VISTI: ? la Decisone del Consiglio Europeo 94/914/CE del 15 dicembre 1994 (di seguito: Decisione 94/914/CE); ? la Decisione n. 1600/2002/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 22 luglio 2002 che istituisce il sesto programma comunitario di azione in materia di ambiente (di seguito: Decisione 1600/2002/CE); ? la Comunicazione della Commissione Europea al Consiglio e al Parlamento Europeo {SEC(2006) 768}, relativa alla revisione intermedia del Libro Bianco sui trasporti per una mobilità europea sostenibile; ? il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, recante “Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali”; ? la deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 8 del 7 marzo 2013, recante “Statuto di Roma Capitale” (di seguito: Statuto); ? la Deliberazione del 18.8.1934 n. 5261 e s.m.i., recante “Regolamento generale edilizio del Comune di Roma” (di seguito: Regolamento Edilizio); ? la Deliberazione del 23.09.2002 n.121, recante “Piano di azione ambientale del Comune di Roma” (di seguito: Piano Ambientale); ? la Deliberazione dell' Assemblea Capitolina n. 27 del 24.04.2012, recante “Piano quadro della ciclabilità di Roma Capitale” (di seguito: Piano Ciclabilità);
PREMESSO CHE: 1. con la Decisione 94/914/CE, il Consiglio Europeo indicava agli Stati dell’Unione le misure necessarie a rendere più efficace ed efficiente il sistema di mobilità urbana, dando indirizzo sulla tutela delle utenze deboli e sancendo la necessità di aumentare l’accessibilità anche alla ciclabilità; 2. con la Decisione 1600/2002/EC, il Parlamento Europeo ribadiva la necessità, tra le altre, di incrementare le modalità di spostamento con bicicletta e a piedi; 3. la {SEC(2006) 768} evidenziava la necessità di tenere in considerazione le modalità di spostamento non motorizzate – pedonale e ciclabile – come alternativa all’uso del veicolo individuale motorizzato, specificando che il problema della mobilità nelle aree urbane non deve essere affrontata solo con il trasporto pubblico collettivo ma anche attraverso lo sviluppo della pedonalità e della ciclabilità;
            Commissione Mobilità 4. nelle strategie di Roma sostenibile previste dal Piano ambientale è individuato come obiettivo prioritario lo sviluppo della mobilità privata alternativa a quella a motore, con la realizzazione di una rete di percorsi ciclabili e pedonali protetti, serviti da parcheggi;
CONSIDERATO CHE: 5. Il Sindaco di Roma Capitale, Virginia Raggi, ha sempre mostrato notevole interesse e sensibilità verso il mondo della ciclabilità; 6. la diffusione della mobilità ciclabile migliorerebbe la qualità della vita dei cittadini, ridurrebbe l’inquinamento, lo stress, migliorerebbe la salute, favorirebbe l’incontro e la collaborazione tra i cittadini, consentendo notevoli risparmi di risorse economiche; 7. l’attuale penuria, sul territorio di Roma Capitale, di spazi, pubblici e privati, preposti alla sosta e al ricovero notturno delle biciclette rappresenta uno dei principali ostacoli alla diffusione e all’incremento della ciclabilità quale mezzo di trasporto alternativo; 8. l’Amministrazione Capitolina sta predisponendo una mappatura del territorio di Roma Capitale al fine di individuare le aree pubbliche da dedicare alla sosta e al ricovero delle biciclette; 9. nondimeno, al fine di incentivare l’incremento dell’utilizzo delle biciclette si rende necessario, nell’ambito del più generale potere regolamentare di Roma Capitale in materia edilizia, regolamentare la sosta e il ricovero delle biciclette anche all’interno dei cortili, disciplinati dal Titolo I, Regolamento Edilizio; 10.l’attuale Regolamento Edilizio di Roma Capitale, non prevede l’obbligo, per i condomìni, di ricavare, all’interno dei cortili condominiali, degli spazi appositamente dedicati alla sosta delle biciclette; 11. in tal senso, le città di Milano e Torino, già dai primi anni 2000 si sono dotate, nei propri Regolamenti Edilizi e di Igiene, di norme atte a riconoscere e tutelare il diritto al parcheggio delle biciclette negli spazi condominiali comuni, con evidenti effetti benefici in termini di mobilità locale sostenibile.
RITENUTO CHE: 12. In vista di un più generale programma di riassetto del trasporto pubblico e privato nel territorio di Roma Capitale, finalizzato sia alla riduzione del traffico e dei tempi di percorrenza, che alla diminuzione dell’inquinamento atmosferico, è indispensabile attuare ed avviare, nel più breve tempo possibile, politiche di sviluppo e incentivazione dell’uso della bicicletta come mezzo di mobilità sostenibile; 13. per incentivare i cittadini nell’utilizzo della bicicletta occorre regolamentare la sosta delle biciclette all’interno dei cortili condominiali e dunque prevedere, all’interno degli stessi, spazi idonei e facilmente accessibili da destinare a detto scopo; 14. pertanto, nelle more di una riforma globale del Regolamento Edilizio, è necessario integrare il Regolamento edilizio esistente con una norma che introduca, l’obbligo di destinare, all’interno dei cortili dei condomini, sia negli edifici esistenti che nelle nuove edificazioni e/o
            Commissione Mobilità ristrutturazioni, appositi spazi facilmente accessibili, da destinare al parcheggio esclusivo di biciclette.
L’ASSEMBLEA CAPITOLINA
per i motivi espressi in narrativa
DELIBERA 1. di modificare la Deliberazione 18 agosto 1934, n. 5261, inserendo, dopo l’art. 37, il seguente articolo, “37 bis” composto da 5 commi:
Art.37/bis: Spazi destinati al parcheggio esclusivo delle biciclette. 1. In tutti i cortili degli edifici esistenti è consentito il parcheggio delle biciclette. 2. In caso di nuova edificazione, di demolizione e ricostruzione o di ristrutturazione edilizia di interi edifici, devono essere ricavati, in misura non inferiore al 2% della SUL oggetto dell’intervento, appositi spazi, resi opportunamente accessibili, ubicati nei cortili o in altri spazi di uso comune dell’edificio, destinati al parcheggio esclusivo delle biciclette. 3. In entrambi i casi previsti dai commi 1 e 2, gli spazi destinati al parcheggio delle biciclette sono a servizio esclusivo di chi abita o lavora negli edifici collegati al cortile e alle parti di uso comune. 4. Entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente norma, i condomini dovranno individuare appositi spazi idonei, sicuri e facilmente accessibili da destinare al suddetto uso, anche mediante l’installazione di rastrelliere eventualmente dotate di copertura. 5. In caso di inosservanza alla presente norma è prevista, ai sensi dell’art. 7/bis del D.lgs 267/2000, una sanzione amministrativa, da un minimo di 25 Euro a un massimo di 500 Euro (ex art. 7-bis D.lgs 167/2000).
I consiglieri capitolini:
Enrico Stefàno
Donatella Iorio
Paolo Ferrara

mercoledì 8 novembre 2017

Discarica abusiva nei boschi della Sabina

Dal Web

La scoperta durante una passeggiata nel bosco nella zona della Sabina, l'area a monte di Roma che costeggia il corso del fiume Tevere: elettrodomestici e rottami abbandonati nell'ambiente abusivamente.

 Dal grande casale di pietra di un amico che abita la Sabina (area che si estende sulla sinistra del basso corso del Tevere, a monte di Roma) da oltre 30 anni, decidiamo di fare una passeggiata: splendida giornata tra i vecchi e nuovi olivi che si distendono a centinaia tra le case sparse. Non ci sono rumori se non quelli sordi e soffici delle querce d'intorno che lasciano andare le ghiande al tappeto di foglie autunnali. Dalla sua veranda, la sagoma dell'abbazia millenaria di Farfa, il monte boscoso di San Martino, i cani di campagna liberi e giocosi, olivi a perdita d'occhio, spazio per gli sguardi che puoi lanciare senza limiti. Poco distante Castelnuovo, borgo medievale tra i più belli della zona. Aria da respirare. Per i polmoni e per il cuore.
Ci inoltriamo in un bosco tra i più suggestivi di queste parti. Il sentiero, ripristinato da un gruppo di residenti a colpi di falce, è accogliente e molle di acqua e impronte: cinghiali in movimento, segni di lotte di istrici, aculei lasciati in regalo ai passanti, ciclamini a colorare i bordi e, fittissimi ai lati, tigli, roverelle, querce, olivi selvatici. E ancora tane, terra smossa, prospettive di luci e ombre color ocra e verde castano. Appena in basso il torrente Riana, affluente del Farfa, che scorre parallelo al nostro sentiero, vivace, fresco, come finalmente liberato dalla stretta dell'arsura estiva.
Ci addentriamo e il silenzio sacro del bosco è violato dagli spari sempre più frequenti dei cacciatori in agguato: giocatori a dadi con le vite degli altri.
Mi attrae uno strano colore blu, proprio sul ciglio, appena evidente, nascosto tra le foglie cadute. Faccio per avvicinarmi e si tratta di fili intrecciati, sintetici e indistruttibili, come in una matassa aggrovigliata e seminterrata. Scavo appena con le mani e tocco un ammasso enorme come di fili di grandi spazzole o tappeti per giganti o di macchinari per chissà quale funzione. Mi sporgo sulla lieve scarpata che porta al fiume e la vista si abitua alla poca luce lasciata filtrare dalle piante. Provo a scendere appena perché scorgo il bianco di quello che sembra l'angolo di un elettrodomestico.
Scendo solo di un po' perché è troppo ripido per arrivare in fondo ma ora che gli occhi si sono abituati lo scenario è chiaro: un frigorifero abbandonato e sostituito da uno che consuma di meno in classe A. Perché noi ci teniamo all'ambiente e sostituiamo, rottamiamo, ci mettiamo in regola con le norme vigenti. Un vecchio computer ormai obsoleto perché noi ci aggiorniamo, noi facciamo l'upgrade, l'update, il patch, il download (perché scaricare è brutto). Appena più in là, mezzo interrato, un vecchio secchio di vernice e poco distante ma irraggiungibile una lavatrice. Non perché non potesse più funzionare ma per un nonnulla da quattro soldi che non si poteva riparare. Non conviene, si sa, e noi ci teniamo a risparmiare. Inciampo in qualcosa proprio dietro il mio piede: qualcosa di rigido, piccolo, ancora lucido, dal design moderno e bombato, oggetto insostituibile e necessario: una pallina dispenser per ammorbidente. Evidentemente ce n'era un'altra più nuova e colorata nell'ultimo flacone di detersivo.
Quasi completamente interrata fa capolino quel che riesco a immaginare di una vecchia Tv. D'altra parte, senza "plasma" sappiamo bene che non si può vivere...
Poco distante sul ciglio a salire, un'altra discarica. In poche centinaia di metri percorsi ce n'è abbastanza per avvelenare un intero ecosistema.
Sappiamo tutti che cosa significhi smaltire gli elettrodomestici nell'ambiente: rilascio di gas ozono-lesivi, plastiche, vernici, rame, metalli pesanti che si mescolano alla terra e la avvelenano. La terra si impregna e gli effetti sulle piante e gli animali sono tossici anche a distanza di decenni. Le acque del fiume che si mescolano alle piogge colate dalle scarpate, costeggiano i boschi scorrendo per chilometri e danneggiando altre terre e altri animali. Di conseguenza, l'uomo. E tutto, drammaticamente, torna.
Eppure, la possibilità di smaltire i rifiuti c'è. Esistono le isole ecologiche che li ritirano gratis in tutte le città, giornate ecologiche di ritiro gratuito sotto casa, possibilità di riciclare, regalare, passare, cedere, riparare, riutilizzare. Basterebbe informarsi.
Profanare il bosco in questo modo è un gesto criminale, sacrilego e profondamente stupido contro la natura, che dovrebbe essere il nostro  tempio inviolabile, e contro ogni forma di vita. Le conseguenze, prima o poi, le pagheremo tutti se non capiremo al più presto che un cambio di direzione, dalla necessità dell'acquisto allo smaltimento dei milioni di oggetti di cui ci circondiamo, è indispensabile e sempre più urgente. 

martedì 31 ottobre 2017

L'ISOLA DI PLASTICA CHE INFESTA I CARAIBI: LE IMMAGINI SHOCK

Dal Web 
Scritto da Francesca Mancuso
Un paradiso, luoghi da sogno da sempre considerati il simbolo della bellezza. I Caraibi però nascondono un altro volto. Un vero mare di rifiuti circonda le isole caraibiche, come hanno raccontato le immagini scattate dalla fotografa Caroline Power al largo della riserva marina delle Cayos Cochinos.
Queste ultime sono formate da due isole e quattordici isolotti corallini situati a circa 30 km a nord-est di La Ceiba, sulla costa settentrionale dell'Honduras. Le isole fanno parte di una riserva marina protetta. La barriera corallina di cui fanno parte è la seconda per estensione a livello mondiale ed è nota come barriera corallina meso-americana.
Caroline, specializzata in fotografia subacquea, ha dedicato la sua carriera a evidenziare i danni che i rifiuti plastici stanno facendo ai nostri oceani. Così, di recente, ha immortalato l'orrore che si cela al largo delle coste dell'Honduras, tra le isole Roatan e Cayos Cochinos.
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