mercoledì 30 novembre 2016

IKEA ha scoperto la bici, ma non i ciclisti (lettera aperta)

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Cara Ikea,
in questi giorni sto compiendo un lungo e difficoltoso trasloco. E come ogni traslocante che si rispetti, non ho mancato di farti visita, per comprare quelle miriadi di cosucce che ti servono quando entri in una nuova casa.
Nel corso dei miei giri tra i tuoi corridoi ho scoperto che finalmente ti sei decisa a mettere a catalogo una bicicletta e una serie di accessori utili per chi, come me, si muove in bici tutti i giorni: dalla mantellina anti pioggia, al gilet catarifrangente, alle bisacce da montare sul portapacchi.
Pur non avendola provata, devo dire che la bicicletta è ben pensata e ben costruita; ottima la scelta dei materiali e dei componenti, ma sopra ogni cosa, ottima la scelta del prezzo: IKEA è da sempre sinonimo di un ottimo rapporto qualità/prezzo e presentare una bicicletta a 499 € significa mettere nero su bianco per tutti gli avventori (la maggior parte della popolazione nazionale) che al di sotto di quel prezzo non ci si può aspettare una bicicletta degna di questo nome e che rispetti standard minimi di qualità.
Complimenti quindi per la scelta tecnica e complimenti anche per la scelta commerciale: aver aperto al mondo della bicicletta significa aver capito che chi va in bici è un mercato interessante, fatto di persone che hanno una capacità di spesa superiore (soprattutto se non hanno la macchina) e che è in costante aumento in tutto l’emisfero nord del pianeta: a Copenhagen il numero di chi va in bici ha superato il numero di chi va in auto e anche qui a Milano, circa il 7% della popolazione si muove quotidianamente in bici, ovvero circa 95.000 persone.
Solo che, vedi, cara IKEA, per intercettare un mercato non basta mettere i prodotti a scaffale, ma serve anche rendere accessibili gli scaffali a quel mercato e qui, davvero, non ci siamo.
Da neo-milanese in cerca di un divano-letto ho voluto provare in prima persona le caratteristiche del mobilio che mi metterò in casa e invece di passare direttamente per l’ecommerce, ho deciso quindi di inforcare la bicicletta e venire a vedere di persona. Per questioni di prossimità logistiche, ho scelto il punto vendita di Carugate, ho quindi prima consultato il sito internet dove si dice chiaramente:
IKEA è facilmente raggiungibile con la bicicletta.
E quindi ho pedalato felice lungo la ciclabile del Naviglio Martesana e, arrivato a Cernusco sul Naviglio ho deviato verso nord seguendo stradine secondarie per poi arrivare sulla ciclabile che porta a Carugate, che però si interrompe a un chilometro esatto dal punto vendita gialoblù lasciandomi in balia di una serie di enormi rotonde e controrotonde che si presenta più o meno in questo modo.
Per chi arriva in bicicletta, l’IKEA si presenta quindi come una specie di miraggio nel deserto, un luogo irraggiungibile e che più pedali, più si allontana.
Dopo tutti i km fatti, di tornare indietro proprio in questo momento, non se ne parla e, rischiando la vita in un paio di occasioni, riesco finalmente a guadagnare l’ampio parcheggio (amplissimo parcheggio) e a farmi strada fino all’ingresso dove invece che uno stallo per bici, troviamo il solito scolapiatti.
Per chi non lo sapesse, la rastrelliera “a scolapiatti” è lo strumento preferito dai ladri di bici che possono portarsi a casa una bicicletta quasi integra semplicemente sganciando la ruota anteriore. Così:

Per questo motivo, alla fine decidiamo di legare le bici altrove senza farci vedere dalla sicurezza ed entriamo.
Al termine delle solite tre ore di confronti sulle necessità della nostra nuova casa, ci troviamo con un carrello strapieno e la certezza che il divano, l’armadietto e le altre carabattole acquistate ci verranno consegnate a casa il giorno seguente con un piccolo sovrapprezzo e va bene così.
La triste sorpresa è però che la consegna a domicilio è compresa solamente per i mobili, mentre per il trasporto di tutto resto (tappeti, spazzole, bicchieri e altro) sono solo cavoli tuoi.
Il caso ha voluto che tra gli oggetti acquistati ci fosse anche un KNALLA, il carrellino per fare la spesa, che abbiamo riempito con tutti gli oggettini e il rientro a casa stava per andare così.

Salvo poi ripiegare sul servizio navetta che ci ha lasciati a Cologno Nord e Dio benedica le biciclette pieghevoli!
Ora vedi, cara IKEA, io lo so che siamo nel terzo millennio e che per fare gli acquisti c’è anche l’ecommerce ma:
• Già che mi consegni a casa un divano, che ti costa metterci anche gli altri oggetti minori?
• Se scrivi sul tuo sito che il punto vendita è facilmente raggiungibile, io mi aspetto che questo sia realmente facilmente raggiungibile (e no, non me ne faccio niente del bike sharing)
• Se sei uno dei grandi riferimenti del design mondiale, non sarà il caso di mettere anche degli stalli per parcheggiare le bici degni di questo nome e che non richiamino necessariamente i prodotti che invece vendi nella sezione “cucina”?
• Se ti rivolgi a un pubblico che potrebbe acquistare da te una bicicletta, non credi che sia il caso di metterlo in condizione di tornarsene a casa?
• Se proprio non vuoi portarmi a casa le cose più piccole assieme al divano, visto che hai deciso di commercializzare dei carrellini da attaccare a qualunque tipo di bici, perché non me ne noleggi uno che poi io riconsegnerò ai trasportatori?
• in Olanda, Svezia e Danimarca chi fa la spesa da te, poi può noleggiare una cargo bike per portare a casa le sue robe, perché in Italia no?

Insomma, il mondo sta cambiando, sappiamo tutti che presto o tardi il modello basato sull’ automobile di proprietà scomparirà, che i millennials non ne vogliono sapere più niente dell’automobile. In tutto questo, cara IKEA, da che parte vuoi stare? Dalla parte di chi crea il cambiamento o dalla parte di chi lo subisce?

martedì 22 novembre 2016

COP22, le conclusioni della conferenza sul clima (e la bici)

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La COP22 appena andata in scena a Marrakech raccoglie il testimone dell’Accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici sottoscritto lo scorso anno e la paura del presidente Donald Trump compatta il resto del mondo contro il surriscaldamento globale. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti si dice soddisfatto perché a Marrakech “non si è dissolta la spinta emotiva dell’Accordo di Parigi. Nessuno potrà non tenere conto delle politiche di contenimento dell’effetto serra e della strada dell’economia circolare: chi non seguirà quella direzione resterà fuori dal mercato. Sarebbe difficile invertire la rotta anche per gli Stati Uniti di Trump. Non è un accordo reversibile, non si torna indietro”.
Di operativo al momento, a dire il vero, c’è la decisione, presa dai 196 stati partecipanti, di definire entro dicembre 2018 il regolamento per l’attuazione dell’Accordo di Parigi. Il regolamento dovrà definire, in particolare, in quale modo i Paesi monitoreranno i loro impegni per la riduzione dei gas serra (Nationally Determined Contributions). Il testo finale richiede agli Stati ricchi di continuare a lavorare per istituire entro il 2020 il Green Climate Fund, per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo nella lotta al riscaldamento globale.
Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, osserva che: “L’ombra di Trump e delle sue ridicole affermazioni sui mutamenti climatici hanno paradossalmente rafforzato la Cop22 di Marrakech sul clima confermando lo spirito dell’Accordo di Parigi. Molti i problemi aperti, ma la parola è ora all’economia e alla società perché la rotta è segnata. Dopo la presidenza di Obama si apre un problema di ridefinizione degli equilibri globali e anche nella sfida del clima. La Cina ha battuto un colpo, c’è bisogno di più Europa e di un’Italia che faccia l’Italia valorizzando e mettendo a disposizione di questa nuova economia più a misura d’uomo le migliori esperienze delle nostre imprese e dei territori”.
Dello stesso avviso anche Massimo De Rosa, capogruppo M5S in commissione Ambiente della Camera, secondo cui “i dubbi riguardo all’impegno degli Stati Uniti sono stati letteralmente spazzati via dalle parole del segretario uscente Kerry e del delegato Pershing, il quale ha spiegato come sarà la stessa economia Usa, e le stesse imprese, con i loro 2 milioni 500 mila impiegati, a far tornare Trump sui suoi passi”.
La COP22 di Marrakech è stata anche l’occasione per riflettere sulla mobilità ciclistica e in particolare sul contributo in termini di sostenibilità di chi utilizza la bici per i propri spostamenti e riduce le emissioni di gas serra. Ai lavori era presente Bernhard Ensink, segreterio generale dell’ECF (European Cyclists’ Federation), che ha sottolineato il valore strategico del pedalare nella lotta ai cambiamenti climatici, ricordando i benefici sociali, ambientali ed economici dell’andare in bicicletta.
Nel corso di una tavola rotonda sulla mobilità e il clima con rappresentanti delle imprese è emerso che i cambiamenti nel settore del trasporto industriale saranno enormi a causa di nuove tecnologie e della decarbonizzazione dei trasporti. In questo contesto la bicicletta può fare la sua parte, come sottolineato da Ensink nel suo intervento in cui ha affrontato il tema dello sviluppo del settore in almeno tre direzioni: biciclette a pedalata assistita elettriche; applicazioni; sistemi di condivisione di biciclette pubbliche.
Il Direttore Esecutivo di GreenPeace Italia Giuseppe Onufrio accoglie positivamente gli esiti della COP22 di Marrakech ma rilancia: “Durante queste due settimane abbiamo constatato una rinnovata determinazione ad andare avanti con quanto definito dagli accordi di Parigi. Ma se i governi vogliono essere seri e coerenti, nessun nuovo progetto di estrazione di combustibili fossili dovrebbe essere d’ora in poi autorizzato. Per evitare catastrofi climatiche dobbiamo inoltre proteggere le foreste e gli oceani, muoverci verso un’agricoltura sostenibile e puntare a un Pianeta 100 per cento rinnovabile. Noi saremo la generazione che porrà fine all’era combustibili fossili”.

sabato 19 novembre 2016

Auto = traffico. Non è mai esistita un’età dell’oro dell’automobile

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Anche il futuro non promette bene.

“New York stava affogando nel traffico. Nel 1918, quando Hylan fu eletto [sindaco], c’erano 125.101 veicoli a motore nella città; nel 1932 ce n’erano 790.173. In tutti quei quindici anni non è stata costruita una singola superstrada entro i confini della città. I guidatori nel 1932 erano obbligati ad usare le strade locali per attraversare e girare intorno a New York […] e chi descriveva il traffico congestionato aveva esaurito gli aggettivi.”
“In un giorno feriale medio, nel 1933, 238.977 auto e camion passavano sui ponti dell’East River. Tre volte il carico previsto in fase di costruzione.”
Dal saggio “The Power Broker – Robert Moses and the Fall of New York”, storia del grande, famigerato e per certi versi nefando pianificatore urbanistico Robert Moses.
Per quel che riguarda il traffico, il resto è storia nota: come è avvenuto successivamente in altre città americane, nelle città europee e oggi in Cina, India, Africa, i pianificatori urbanistici hanno tentato di risolvere il problema del traffico costruendo più strade e più parcheggi. Senza successo, come dimostrano cento anni di code, ingorghi e giri a vuoto per cercare parcheggio (è noto che dal 15 al 30% del traffico urbano nelle diverse ore è costituito da auto che sono arrivate a destinazione e girano nei paraggi in cerca di parcheggio).
Non c’è mai stata un’età dell’oro dell’automobile: quando erano poche non c’erano strade, e quando hanno costruito le strade, le auto erano troppe. E quando ci sono tante strade e poche automobili, ci sono più incidenti mortali…
Questo non vuol dire che i veicoli a motore non possano avere una loro utilità. Ma l’abuso del veicolo privato comporta solo grandi costi economici e sociali, accompagnati da un’efficienza proporzionalmente molto scarsa, se le velocità medie non sono molto superiori alle biciclette.

giovedì 17 novembre 2016

In città l’automobile ha fallito le sue promesse pubblicitarie e di mobilità

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L’automobile ha certamente la sua utilità, particolarmente in aree geografiche poco popolate e con abbondanti strade ben mantenute (vantaggio che però si paga con incidenti stradali più pericolosi e più mortali), ma ha chiaramente fallito la sua promessa di libertà e mobilità nei contesti urbani, promessa continuamente replicata in innumerevoli campagne pubblicitarie ancor oggi, con grande enfasi su libertà, economia e facilità di parcheggio… sì, se trovi il posto.
Da cento anni, dove circolano anche solo poche migliaia di automobili, si crea traffico, inquinamento, rumore e congestione urbana:
  1. Non c’è mai stata un’epoca d’oro in cui nelle città c’erano le auto ma non c’era traffico e congestione: con l’automobilismo di massa il traffico urbano è sempre stato congestionato. Salvo i pionieri del secolo scorso, gli automobilisti si sono sempre lamentati del traffico.
  2. In tutto il mondo non esiste una sola città che abbia risolto brillantemente il problema della mobilità urbana con l’auto privata (chi conosce casi di eccellenza può citarli nei commenti). Le poche città che hanno poco traffico hanno raggiunto l’obiettivo perché hanno escluso l’auto dai loro centri e ne hanno grandemente limitato accesso  e velocità nelle periferie.
Ovunque, in tutte le città del mondo, in Europa, negli Usa, in Cina, in India, in Asia, nel Medio Oriente, in Africa, quando nelle città la gran parte dei cittadini si sposta con l’auto privata ci sono sempre trafficocongestione urbana, problemi insolubili di parcheggio, inquinamento, morti e feriti da incidenti stradali.
Ecco i motivi per cui l’auto privata è un mezzo di trasporto generalmente inadatto ai contesti urbani:
L'automobile farà prosperare il mezzogiorno 1928
Altre promesse fallite in pieno.
  1. È ingombrante. Mediamente trasporta 1,2 persone occupando 25 metri quadri per il parcheggio (12,5 di spazio per lo stazionamento, più gli spazi di manovra per entrare e uscire), mentre quando è in movimento occupa da 15 a 100 metri a seconda della velocità di spostamento (più va veloce e maggiori devono essere le distanze di sicurezza fra ogni automobile e il veicolo che la precede e segue: le distanze di sicurezza rappresentano una occupazione di spazio, per quanto dinamica).
  2. Occupa enorme spazio pubblico per circolare. Ogni automobile ha bisogno di almeno tre posti auto per poter circolare: casa, lavoro, negozio. E questo è il minimo. Ovviamente lo stesso posto auto può essere usato a turno da più automobile, ma è impossibile ottimizzarli in modo da avere un rapporto auto-parcheggi 1:1. E infatti non esiste città al mondo in cui le automobili non abbiano problemi di parcheggio (qui il caso di Los Angeles, dove ci sono 3,3 posti auto per ciascuna vettura, ma senza aver risolto i problemi di parcheggio).
  3. È una divoratrice di risorse. I costi di costruzione e manutenzione di strade adatte a un traffico automobilistico molto intenso sono enormi. E infatti quasi nessuna città del mondo riesce ad evitare strade senza buche o senza rifare l’asfalto periodicamente, laddove piste ciclabili e marciapiedi possono essere costruiti (se le auto non ci parcheggiano sopra) a costi molto più bassi e con manutezione molto più limitata. Inoltre la dispersione urbana generata dal modello di mobilità automobilistica (grandi periferie, quartieri dormitorio di villette, quartieri commerciali di palazzi per uffici) amplifica le distanze di percorrenza media, aumentando i tempi di spostamento e relativi costi.
  4. È rumorosa. Per quanto i motori moderni siano diventati silenziosi (soprattutto all’interno dell’abitacolo, va notato), resta una fonte di rumore ineliminabile: il rotolamento dei pneumatici sull’asfalto o peggio sul pavè. È un rumore estremamente fastidioso, anche se ci si abitua, perché arriva lontano, aumenta e poi va via, in modo nervoso e irregolare, tenendo inconsciamente in allarme il sistema nervoso. Anche chi è abituato e pensa di non accorgersene, è disturbato dal rumore irregolare del traffico auto sotto la finestra. È stato accertato che il rumore del traffico peggiora l’incidenza di malattie cardiache.
  5. È molto pericolosa. Ogni anno a livello mondiale ci sono 1,2 milioni di morti per incidenti d’auto. A livello nazionale nessuno stato moderno tollererebbe un simile livello di morti e feriti se fosse generato dalla criminalità. Per fare un esempio in Italia ci sono circa 3.400 morti e circa 250.000 feriti ogni anno. I morti per violenza e crimine nel 2015 sono stati 468, ovvero meno di un settimo dei morti per incidente stradale. L’automobile è talmente pericolosa per i pedoni ma anche per i passeggeri che richiede un’enorme numero di dispositivi di sicurezza per circolare (cinture, airbag, abs, metodi costruttivi speciali per volante, cruscotto, muso eccetera). Tutte le auto costruite prima del 1980, infatti, erano vere e proprie bare a quattro ruote, per gli standard moderni.
  6. E soprattutto, in città è L-E-N-T-A. In città la velocità media delle auto va da 8 km/h nelle ore di punta a 16 km/h negli altri orari (dati di Lega Ambiente citati anche da Confcommercio). Le auto dotate di scatola nera assicurativa secondo le rilevazioni vanno a velocità medie inferiori ai 20 km/h. In città si può andare più veloci solo di notte e a ferragosto quando la città è deserta. Ma questa velocità si paga con un più alto rischio di incidenti. A cosa serve tutta questa costosa tecnologia se alla fin dei conti con il tuo suv da 2,5 tonnellate vai poco più veloce di una bicicletta?
  7. Per trasportare le persone è molto meno efficiente dei trasporti pubblici urbani. Per comprenderlo basta fare questo esperimento: se togli le auto dalle strade i trasporti pubblici di superficie e i taxi migliorano miracolosamente le prestazioni. Se togli il trasporto pubblico (come succede quando c’è una giornata di sciopero) la città si paralizza in un ingorgo colossale. È evidente che, nel trasporto persone, anche aziende pubbliche disastrate come quelle di alcune città italiane sono più efficienti del mezzo privato.
L’unico motivo per cui l’automobile viene ancor oggi così sovvenzionata dai governi è l’enorme giro d’affari che alimenta: il lavoratore che va al lavoro in macchina e la mamma che porta i figli a scuola con l’utilitaria (alla velocità di una bicicletta: in media trascorrono un’ora al giorno in auto per fare meno di dieci km) pagano la macchina, la benzina, i costi di manutenzione, le tasse per fare le strade, le tasse per sovvenzionare le industrie automobilistiche e quindi mantiene un enorme sistema autoreferenziale industriale-politico che provoca enormi costi sociali.

lunedì 14 novembre 2016

La coerenza di chi vede oltre la crisi

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Paolo Ermani mi fa incazzare, quasi sempre. E sapete perché? Perché è cocciuto come un mulo, testardo fino a farti uscire dai gangheri, coerente come neanche un monaco buddista, e soprattutto perché ciò di cui parla lo fa.

di Simone Perotti

Non riesci a trovargli dei punti deboli, non riesci a prenderlo in castagna, non lo trovi mai con le mani nella marmellata. E se c’è una cosa che fa incazzare, a questo mondo, è la gente come lui. Cioè le stesse ragioni per cui finisci con l’adorarlo e volergli bene. Soprattutto, lo stimi e ne hai rispetto.
Ma mi fa incazzare, sia chiaro. Non condivido un mucchio di cose del suo approccio che a parer mio è eccessivamente radicale (la sua avversione per alcuni vizi, ad esempio, che io adoro umanamente, e anche per i media, che lui guarda con sospetto e io invece penso che vadano usati), approccio che considero vagamente millenaristico, e che non tiene conto di un paio di cosette molto importanti. Sarà che io sono un anarchico nichilista e individualista, che suppongo faccia incazzare lui di me.
Vedo con piacere nella sua ultima fatica saggistica che Andrea Strozzi, cofirmatario, lo piega un po’ ai numeri, alle analisi macro, e trovo che il sodalizio tra i due sia decisamente fervido e produttivo. Mi fa piacere. Quando ho scritto “Ufficio di scollocamento” (Chiarelettere) con Paolo ho sudato sette camicie per evitare che quel libro diventasse un manifesto oltranzista. Dunque massima solidarietà a Andrea, immagino che non sia stato facile neanche per lui.
Va detto, dopo questa premessa, che la mia stima per Paolo Ermani è totale. Vive come scrive e scrive come vive, prima di tutto. E questo, scusate, ma nella fiera dell’ipocrisia imperante non è poco. Soprattutto vive come dice che bisognerebbe vivere da oltre venticinque anni, cioé quando la Decrescita manco si sapeva che esistesse, o quando la fede nelle magnifiche sorti e progressive della crescita non era quasi intaccata dal dubbio. Ne sa davvero tanto di ciò di cui si occupa e solo per la sua assurda repulsione per i media non è diventato un guru contemporaneo (non per le masse, almeno, anche se tantissimi lo considerano davvero un punto di riferimento). Questa di non andare in televisione, ad esempio, è una delle questioni su cui abbiamo litigato più volte.
Ma veniamo al libro. In questo “Solo la crisi ci può salvare” (Edizioni il Punto d’incontro) Paolo e Andrea danno fondo a tutto quello che sanno. Uno ex bancario, l’altro esperto di resilienza e cultura alternativa da sempre, affrontano e smontano i capisaldi della cultura della crescita, dall’alto e dal basso, e ragionano, ove mai ancora possibile, su ciò che eventualmente fosse rimasto fuori dalla vasta letteratura di “Adesso Basta”, che chiamo così solo per farmi capire ma che ha luminari e grandi firme assai maggiori di me e di noi al suo attivo.
Un saggio non del tutto sistematico, che saltabecca tra questioni macroeconomiche e piccoli dettagli contemporanei, e fa bene a fare così, perché quando bracchi un animale in una battuta di caccia non è il tuo percorso che devi seguire, ma il suo. I due cacciatori non lasciano scampo alla loro preda, infatti. Rincorrono l’illogico e l’assurdo delle nostre vite in tutte le pieghe della nostra società, e riescono a catturarlo. Ci spiegano alcuni retroscena del Sistema e di come tutto sommato non sia impossibile, neppure difficile, cambiare rotta. Se non ci trovate dentro troppe cose su l’ individuo, sulle sue crisi interiori, sulla sua storia umana di essere mediocre che si dibatte come tutti noi tra destino, aspirazioni e bisogni irrazionali, non vi preoccupate: potete tornare su questo punto ad altre letture. Quello che conta qui è l’ipotesi concreta che questo sia il momento giusto per cambiare vita, per se stessi e per il pianeta. Appuntamento non da poco.
Conosco un mucchio di gente che si sentirà spiazzata leggendo questo libro. E questo, lo so per certo, è l’effetto rivelatore della giustezza di un libro.
Questo libro è da consigliare a tutti quelli che hanno amato e si sono sentiti provocati da Adesso Basta, Avanti Tutta e Ufficio di scollocamento, perché vi troveranno pezzi, pezzulli, pezzoni o pezzettini di ciò che è rimasto fuori da quelle pagine e solo i due autori, con le loro complementari esperienze, potevano aggiungere.
Da mettere nella propria libreria. E già che ci siete, da leggere senza indugio.

giovedì 3 novembre 2016

Direttiva rinnovabili Ue, eolico e solare resteranno al palo?

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Dal 2020, Bruxelles potrebbe cancellare il sistema di priorità nell’immissione in rete per l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili. La misura aumenterebbe le emissioni europee del 10%

A dispetto degli annunci pubblici e degli impegni internazionali sul clima, Bruxelles sta preparando una vera e propria stangata per le energie rinnovabili. Gli impianti eolici e solari potrebbero presto perdere la corsia preferenziale di accesso alla rete elettrica europea rispetto alle altre fonti. Lo rivela il quotidiano britannico Guardian, che ha visto in anteprima alcuni documenti preparatori relativi alla direttiva Ue sulle energie rinnovabili, attualmente in fase di revisione per il periodo successivo al 2020.
In ballo c’è una modifica sostanziale del sistema di “priority dispatch”. I documenti costituiscono una previsione dell’impatto che avrebbe sull’ambiente e sul mercato dell’energia un suo livellamento, ovvero una riduzione della priorità assegnata all’elettricità proveniente da fonti rinnovabili. Secondo i calcoli di Bruxelles, questa mossa comporterà un aumento delle emissioni di CO2 anche del 10%. Ciò nonostante, il documento non considera questo fatto abbastanza importante per scartare del tutto la possibilità. Infatti prosegue delineando quattro diversi scenari, nel tentativo di rendere il comparto energetico del continente più flessibile e competitivo. Il costo climatico di questi 4 possibili scenari va dai 45 ai 60 milioni di t di CO2 emesse in più.

Il rapporto confidenziale dell’Ue sostiene che l’effetto principale della misura sarebbe quello di redistribuire in modo più equo, tra i vari attori del comparto energetico, la competitività. In realtà, è piuttosto chiaro che il risultato sarebbe ben diverso. Sotto l’etichetta delle “pari opportunità” resta malcelata la posizione di vantaggio di cui godrebbero le fonti fossili. Nel momento in cui bisogna escludere un impianto dall’immissione di elettricità in rete, infatti, sarà ben più semplice fermare un parco eolico o solare, invece di bloccare una centrale a carbone o una centrale nucleare.
Un secondo aspetto da considerare è la situazione degli investimenti già annunciati. Infatti le compagnie hanno tenuto conto del priority dispatch nel calcolare profitti e rientro dall’investimento. Senza questo sistema, il rischio è che siano diversi a tirarsi indietro. Una delle alternative sarebbe l’intervento di Bruxelles con dei finanziamenti ad hoc. Ma la ratio del provvedimento – livellare le condizioni di mercato – fa a pugni con una simile ipotesi.


domenica 30 ottobre 2016

I soldi ci sono, manca il tempo per vivere

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In realtà nel nostro paese i soldi ci sono, lo conferma anche l'Istat. Ma vengono sprecati, usati male e prendono le direzioni sbagliate. Come uscirne? Se ne parla il 29 e 30 ottobre a Pantarei, in Umbria.

di Paolo Ermani 


L’istat ci informa, dati alla mano, che gli italiani hanno sempre più soldi e, oltre a ciò, esiste un sommerso non dichiarato che è gigantesco.Se ci fossero davvero milioni di disoccupati e il paese alla fame, non si spiegherebbe perché non si verifichino assalti ai forni e la guerra civile non sia ancora scoppiata. Gli unici assalti di cui si ha riprova sono quelli ai negozi di elettrodomestici quando svendono o le catene di moda e abbigliamento firmato durante i saldi. Notoriamente prodotti commerciali che, anche se cotti al forno, non risultano commestibili.
Nelle campagne c’è un sacco di lavoro che renderebbe dignitosamente e darebbe la possibilità di sfamarsi, ma in questo periodo in molti uliveti non si trovano persone per raccogliere le olive. Eppure mettendosi d’accordo con i proprietari si ottiene in cambio olio che si può rivendere. Certo un pochino di fatica bisogna farla…..
Siamo circondati da una opulenza vergognosa con famiglie che buttano centinaia di euro l’anno di cibo commestibile e si prodigano in ogni spreco possibile e immaginabile. C’è un costante bombardamento di pubblicità di automobili che purtroppo aumentano le vendite (in tempi di crisi e di fame!), di moda, di diamanti e viene da chiedersi chi sano di mente in tempi di carestia compri queste assurdità. Non sembra proprio la fotografia di un paese allo stremo. Provate ad aprire un qualsiasi giornale di gossip (in ogni edicola ce ne sono qualche decina di tipi diversi), che notoriamente viene acquistato da classi medio povere, e scoprirete che non hanno pubblicità di generi di sussistenza, di prodotti che in qualche modo facciano risparmiare soldi o energia ma sono piene di pubblicità di orologi di lusso, gioielli, moda, auto nuove, cosmetici, profumi, tutte cose che in teoria chi non ha i soldi per tirare avanti non potrebbe comprare mai e invece guarda caso queste riviste ne sono strapiene.
Diffusamente di soldi ce ne sono pure troppi e vengono sprecati, utilizzati male o letteralmente buttati dalla finestra, quello che veramente manca è il tempo di vivere.
Le persone costantemente indaffarate a guadagnare di più, ad accumulare, a comprare, a fare rate, mutui e farsi prendere in giro con ogni tipo di strozzinaggio finanziario, credendo in quello che gli dice la pubblicità, hanno perso ogni senso umano e si ritrovano a non avere più tempo per sapere chi sono, cosa fanno e perché. Non hanno nemmeno più tempo per stare con chi amano, tempo per riflettere, tempo per vivere.
Il tempo è infatti l’ultimo bastione che i padroni del denaro vogliono conquistare, dopodichè avranno tutto di noi. Già facendoci credere di essere nati per comprare, ci hanno convinto a lavorare sempre di più per il denaro rubandoci gran parte della nostra vita. Ora soprattutto grazie alle tecnologie informatiche, ci rubano anche il tempo al di fuori del lavoro, lavoro che prosegue sempre, senza più pause e interruzioni visto che siamo costantemente connessi. E costantemente connessi significa essere costantemente sotto l’influsso della pubblicità che ti spinge a comprare cose superflue che servono solo a farti dire che devi lavorare. E se non raggiungi il tal reddito che non ti consente di cambiare l’auto ogni tre anni, entri di diritto nella categoria dei poveri.
Per vivere non serve molto e se ci si fermasse a riflettere profondamente , si scoprirebbe che quello che ci tiene in vita sono le cose che nella pubblicità non ci vendono perché costano poco o nulla. Serve una vita sobria e dalle poche spese, serve stare a contatto con la natura, creandosi il più possibile autosufficienza alimentare ed energetica. Serve avere tempo per gli amici, per le persone care, avere interessi culturali, essere di supporto agli altri, ricostruire e avere il sostegno della comunità.
Tutto questo costa assai poco ma ci rende tanto, più di qualsiasi investimento in banca, ci rende la vita.
Di questi e di altri temi parleremo assieme ad Andrea Strozzi nel corso Scollocarsi oggi: un percorso concreto di Cambiamento che si terrà il 29 e 30 ottobre al centro di educazione ambientale Panta Rei a Passignano sul Trasimeno (PG).