martedì 17 gennaio 2017

Adotta un campo di grano e sarà tutta farina del tuo sacco!

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In provincia di Cagliari, in una località storica per la produzione del grano, nell'area di Senorbì, è appena nato il progetto sperimentale "Farina del tuo sacco" ad opera dell'associazione di promozione sociale e culturale Terre Colte.

Il progetto, originale e innovativo, vuole essere una risposta concreta e immediata al grave problema dei terreni abbandonati e lasciati incolti da quei contadini che non riescono più a vedere un'effettiva possibilità di sostentamento dignitoso attraverso l'agricoltura. In Sardegna questo fenomeno ha ricadute negative anche a livello sociale, culturale e ambientale. Il progetto lancia una campagna per adottare questi terreni e trasformarli in campi di grano vivi e produttivi. L'associazione propone diverse formule economiche di partecipazione all'iniziativa attraverso le quali si riceve in cambio ciò che quello stesso campo produce: grano, farina o legumi biologici, beni primari di altissima qualità. Allo stesso tempo si partecipa attivamente alle spese necessarie per i contadini per l'acquisto dei semi e la lavorazione del terreno. Le attività sono partite a settembre, a novembre c'è stata la lavorazione del primo terreno e a dicembre scorso le semine. Il  raccolto è previsto per l'estate 2017. La campagna di crowdfunding è iniziata solo un mese fa e si registrano già oltre 20 sostenitori da tutta Italia. 12.000 euro la somma da raccogliere entro fine febbraio che servirà anche per  l'acquisto di un mulino a pietra per la produzione della farina.
Incontriamo Massimo Planta, ideatore del progetto, presidente e socio fondatore di Terre Colte.
Che cos'è Terre Colte?
Terre Colte è un’associazione di promozione sociale e culturale non profit, che si è sviluppata da una prima esperienza di recupero di un terreno incolto e abbandonato di circa 3.000 mq nella provincia di Cagliari, poi trasformato in un orto condiviso dove chiunque poteva avere a disposizione un orto a patto che coltivasse senza l’uso di sostanze chimiche. In meno di un anno più della metà dei 40 lotti del terreno erano già occupati, e dato l’entusiasmo suscitato, quell'esperienza positiva fu immediatamente replicata ottenendo altrettanto successo. In brevissimo tempo, viste le numerose richieste di adesione sia da parte dei fruitori che da parte dei proprietari, si è capito che il concetto degli orti condivisi doveva essere sviluppato in forma organizzata. Nasce così nel Luglio 2014 l`Associazione Terre Colte che stimola e sostiene privati, aziende scuole ed Enti pubblici nella realizzazione e coltivazione di orti condivisi, urbani, sociali, terapeutici, didattici ed etnici. Oggi gli orti da adottare di Terre Colte sono dislocati in 6 comuni della regione metropolitana di Cagliari, suddivisi in lotti di 50 mq ciascuno, dove l'unica regola imposta agli associati è di coltivare rigorosamente con tecniche naturali e senza l'immissione di componenti chimici, ricevendo in cambio oltre che la disponibilità del terreno, un laboratorio teorico/pratico di agricoltura sinergica, l'uso di acqua per l’irrigazione, l'energia elettrica, l'assistenza, la sorveglianza e infine la copertura di una polizza assicurativa. L'associazione organizza inoltre vari laboratori didattici per l'autoproduzione alimentare, didattica per le scuole, corsi di permacultura e agricoltura naturale e attività di sensibilizzazione per la tutela e la salvaguardia delle api.
Come è nato il progetto “Farina del tuo sacco” e perché?
Da questa esperienza di successo abbiamo voluto rilanciare il progetto in una versione più evoluta attraverso l'adozione di terreni incolti di dimensioni rilevanti per affrontare il problema dell'abbandono delle terre coltivabili che in Sardegna riveste proporzioni tali da incidere non solo sul piano meramente economico ma anche su quello socio-culturale e microclimatico (sovra sfruttamento e impoverimento dei terreni, siccità, disboscamento). Ecco dunque come nasce il progetto "Farina del Tuo sacco": tramite una raccolta fondi le famiglie che aderiscono possono garantirsi il fabbisogno annuo di beni primari (come il grano e la farina) certificati bio e a Km zero (filiera chiusa), anticipando le spese necessarie ai contadini per l'acquisto delle sementi e dei costi dell'aratura.
Di che tipo di coltivazioni stiamo parlando?
Soprattutto grani. I contadini sono sempre l'ultimo anello della filiera mentre invece dovrebbero essere i primi. Sono quelli che non hanno potere contrattuale e quando hanno coltivato la terra, il prodotto finito lo conferiscono ai mulini che stabiliscono il prezzo con cui comprare il grano. Questo è uno dei motivi principali per cui il contadino abbandona la sua terra o preferisce lasciarlo per il pascolo. Ricordiamo che sia i semi di grano per la semina che i terreni e tutto il processo di coltivazione sono certificati biologici.
Chi sono gli agricoltori di cui parlate?
Parliamo di piccoli agricoltori con appezzamenti limitati. Ci è successo che un giorno, casualmente, abbiamo incontrato un contadino che ci ha detto che dopo aver coltivato biologico per anni, il mulino al quale conferiva il raccolto non pagava un valore adeguato per il suo lavoro. I mulini, inoltre, spesso, mischiano i grani dei vari produttori, e la qualità della propria farina rischia di essere messa a rischio. Raramente viene assicurata una lavorazione esclusiva e tutto il lavoro e i benefici di un prodotto biologico e di altissima qualità viene irrimediabilmente perso. Terre Colte ha proposto a questo contadino di trovare una soluzione insieme e cioè di continuare a coltivare il grano e trovare un modo per arrivare direttamente al consumatore finale. Così abbiamo pensato di lanciare una raccolta di crowdfunding per raccogliere 12.000 euro. Circa la metà di questa somma servirà per acquistare un mulino e l'altra metà per le spese vive. Terre Colte si occuperà, quindi, di pagare al contadino tutti i costi e di acquistare un mulino che servirà per macinare i grani prodotti.
Che cosa cambia in termini economici per il contadino?
Non investirà soldi ma il suo tempo e il know how necessario. Rimarrà con il 40 per cento del prodotto finito o del ricavato della raccolta fondi.
Perché è importante aderire alla campagna di crowdfunding?
Partecipando a "Farina del Tuo Sacco" sostieni l'economia locale, aiuti al recupero di una terra a rischio di abbandono e guadagni una sana alimentazione.
Come funziona esattamente l'adozione e quanto costa?
Ci sono diverse tipologie di adozione. A partire da 6 euro puoi adottare un piccolo campo di 10 mq con diritto a: tessera annuale di Terre Colte, un chilo di farina biologica e macinata a pietra e 50 grammi di lievito madre che saranno spediti direttamente a casa. Se si vogliono avere, ad esempio, 10 kg di farina, si possono adottare 100 mq che hanno un costo di 36 euro. Come ricompensa per una donazione si può richiedere: grano, ceci, farina di grano, farina di ceci, la partecipazione a laboratori di trasformazione della farina e viste guidate ai campi coltivati. La Tessera Terre Colte e il lievito madre sono comuni in tutte le tipologie di adozione.
Si può comprare solo quello che il campo produce nel periodo in cui lo produce? Quindi chi acquista non è più un solo consumatore?
Sì. Tutto è legato non al chilo di farina ma ai mq di campo che si vogliono adottare. I chili di cui parliamo sono teorici perché dipenderà dalla produzione: un anno potrà essere di più e l'anno successivo di meno. Il consumatore non è più un consumatore e basta ma un produttore egli stesso. Il contadino sa quanto campo coltiverà ma non saprà mai quanto raccolto otterrà da quel campo. Noi vogliamo sensibilizzare le persone a questa teoria e a questa pratica.
Quanti contadini hanno fino ad ora aderito al progetto?
Parlando solo del progetto di adozione a distanza di un campo di grano, al momento abbiamo coinvolto 2 agricoltori. L'anno scorso abbiamo realizzato lo stesso progetto con la collaborazione dei soci delle sedi operative in Ogliastra, abbiamo coltivato tre ettari sempre a grano Senatore Cappelli che sono stati adottati da 30 famiglie. In quel terreno quest'anno abbiamo fatto il sovescio a trifoglio per farlo riposare. Per la coltivazione di quest’anno l’agricoltore ha messo a disposizione un’area di 8 ettari dei quali due coltivati a trifoglio, due a ceci della qualità Pascià e quattro a grano. Con questa configurazione di rotazione dei terreni, manterremo anche per l’anno prossimo la stessa area coltivabile a grano e ceci.
Dove si troverà il mulino che acquisterete?
Il mulino sarà munito di macine in pietra, a lenta rotazione. Lo metteremo nella nostra sede operativa di Dolianova, a circa 30 km dal campo agricolo di cui parliamo. La sede, diventerà la nostra “Casa del Grano”, attrezzata con spazi idonei dove facciamo i laboratori del pane e dei dolci.  Disponiamo già di un forno a legna condiviso, in modo che chi vuole potrà andarci con il suo impasto fatto in casa il giorno prima e potrà anche cuocere il suo pane in condivisione.
Che tipo di grano coltivate e ci saranno in futuro anche altri cereali?
Al momento solo la varietà Senatore Cappelli ma in futuro abbiamo in progetto di allargare gli orizzonti e di cimentarci anche con altri tipi e, forse, anche altri cereali.
Quando verrà distribuita la farina frutto del primo raccolto?
La farina sarà pronta in estate nei mesi di giugno e luglio 2017. Sapremo anche quanto raccolto ci sarà.
Qual è l'obiettivo di questo progetto?
Il comune in cui si svolge il progetto ha 200 abitanti. Se noi continuiamo a permettere che i terreni non si coltivino più le persone andranno a cercare il lavoro e il sostentamento da altre parti. L'agricoltura ha anche il valore di mantenere vivi i territori. Noi vogliamo coinvolgere più contadini possibile e coinvolgere le persone in questo processo. Ci troviamo in un periodo di cambiamento. E la parola cambiamento è inutile usarla senza crederci e fare qualcosa per attuarlo.
Che cos'è il cambiamento per voi?
E' fare azioni non a nostro esclusivo beneficio, ma che siano utili e di esempio anche per il nostro vicino e lontano e per le generazioni future.
Per chi volesse sostenere il progetto o saperne di più:

martedì 10 gennaio 2017

Repair Cafè anche a Roma: riparare, riciclare, riusare

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Riparare, aggiustare, riusare: sono parole chiave in un'epoca in cui il consumismo manipola le nostre menti e ci porta a sprechi enormi con enormi impatti sull'ambiente. Ed ecco che si stanno diffondendo i Repair Cafè. Ora ne è nato uno anche a Roma.


In zona Conca d'Oro, a Roma, si trova Aggiustatutto, il primo Repair Cafè in città. E' aperto tutti i pomeriggi dalle 17 alle 19,30 grazie a tre amici che, da qualche mese,  hanno deciso di mettere  insieme le loro competenze e passioni. L'obiettivo di questa vera e propria officina sociale non è soltanto la promozione ecologica e ambientale, attraverso il recupero e il riuso di beni di consumo, ma anche diventare un vero e proprio spazio di incontro, di mutuo aiuto tra i soci e di scambio culturale tra generazioni e culture. Nella prospettiva di un ritorno ad uno stile di vita compatibile con l'ambiente, il recupero e il riciclo diventano anche uno stimolo importante alla creatività e all'immaginazione per adulti e bambini che danno nuova vita a oggetti “da buttare” di ogni tipo.
Incontriamo Francesco Pelaia che nello spazio di Via Val di Lanzo, 45, tra ferri da stiro, phon, frullatori, lampade, giocattoli e una parete piena di attrezzi, ci racconta come è nato il progetto.
Qual è il significato di uno spazio come questo?
Ogni giorno, nelle nostre città, vengono gettate enormi quantità di oggetti, anche in buono stato. L’intento del Repair Café, è quello di dare agli oggetti una nuova prospettiva di utilizzo. Molte persone hanno dimenticato che è possibile riparare un oggetto o possono imparare a farlo. Riappropriarsi della tradizione del recupero è fondamentale, soprattutto considerando il periodo nel quale ogni azione a esso legata è un piccolo tassello a contrasto della crisi. Le azioni promosse dal Repair Café sono legate a un percorso sociale e culturale che mette in luce le competenze, spesso dimenticate, delle persone di età matura che possono trasmettere le proprie esperienze condividendo un obiettivo comune: la riparazione di un oggetto. Questa pratica virtuosa ha ricadute sull’ambiente grazie alla riduzione dell’utilizzo di materie prime e quello di energie per produrre nuovi oggetti. Il riuso contribuisce a ridurre le emissioni di CO2. Gli appuntamenti di riparazione insegnano a vivere gli oggetti sotto una nuova luce. E, ancora una volta, di apprezzarne il loro valore, divertendosi. Il nostro progetto vuole offrire al quartiere ed alla città un luogo dove attività artigiane “in via di estinzione” trovino spazio di espressione e di condivisione e dove si possa praticamente lavorare, recuperare e costruire manualmente.
A chi si rivolge il vostro progetto?
L'attività di Repair Café si rivolge a tutte le persone interessate a riutilizzare tutti quegli oggetti che l'obsolescenza programmata rende inutilizzabili o riparabili solo ad un costo troppo elevato oppure a tutto quanto meriti una “seconda vita” affettiva ad un costo ragionevole; sono benvenuti anche tutti coloro che siano curiosi di “sapere come funziona” di “sapere come si fa” vedendo artigiani all'opera o di cimentarsi partecipando al lavoro.
Come è nata l'idea di aprirne uno a Roma?
Sono stato sempre sensibile a queste tematiche, mi interessava molto il discorso della decrescita. Ho conosciuto questa realtà nata in Olanda e quindi sono partito per realizzarla insieme a due amici. Rodolfo Uberti Foppa e Guido Bertoldi.
Che lavoro fai?
Vengo da un altro mondo. Ero un dirigente nell'industria aeronautica. A un certo punto ho deciso di cambiare vita, nel 2007, e ho lasciato il lavoro. Non mi piaceva più l'ambiente che frequentavo e quel lavoro che non mi faceva stare bene. Con la liquidazione ho acquistato un appartamento e ci ho avviato un Bed and Breakfast.
Come hai iniziato ad aggiustare le cose?
Ho sempre avuto una buona manualità ma ho iniziato proprio occupandomi della manutenzione del Bed and Breakfast. Poi ho visto che la cosa mi piaceva e ho iniziato a svolgere l'attività di riparatore. Lo facevo nel garage di casa.
Come hai imparato ad aggiustare?
Mi è sempre piaciuto e mio nonno mi ha insegnato la maggior parte delle cose che so.
Quanto costa venire qui al repair cafè per far aggiustare un oggetto?
25 euro l'ora. Se hai bisogno di un intervento a domicilio non c'è diritto di chiamata e si paga solo se la riparazione è di propria soddisfazione.
Come si svolge la riparazione?
Si può chiedere di farla aggiustare oppure che venga insegnato ad aggiustarla da sé. E' un'attività di recupero a basso costo. Spesso è il ricambio che costa molto e talvolta proponiamo una modifica compatibile con l'uso che si deve fare di quell'oggetto. Comprare un oggetto nuovo quando si può riparare quello vecchio, è un enorme spreco di rifiuti e di risorse che può essere evitato.
Spesso, dal punto di vista economico, conviene ricomprare una cosa nuova piuttosto che farla riparare.
Sì, è vero, ma altrettanto spesso le cose che usiamo hanno anche una storia, un valore affettivo. Per esempio una lampada di famiglia che nessun elettricista ti aggiusta e nessun professionista lo farebbe. Venendo da noi, invece, questo si può fare e risolvere il problema.
Organizzate corsi per imparare a riparare?
Facciamo delle serate tematiche durante le quali le persone vengono e provano a riparare un oggetto o a risolvere un problema di un impianto, di un mobile, di una finestra in casa loro. Anche solo vedere, ad esempio, una lavastoviglie o un altro elettrodomestico smontato o lo scarico di un lavandino o un rubinetto ci può aiutare a capire come fare quando si è a casa da soli e l'elettrodomestico in questione non funziona o abbiamo una perdita d'acqua. Ci sono delle macroaree di intervento. C'è una parte meccanica e una elettrotecnica. Poi c'è l'idraulica, l'elettricità e la falegnameria. Insegniamo come verificare cosa funziona oppure no. Ci sono parti molto comunemente soggette a guasti e si impara come individuarle facendo prove e diagnosi.
Quanto costa un corso?
Le serate sono a offerta libera e vengono molte persone soprattutto sull'idraulica. Per l'elettricità casalinga lo stesso. Per i grandi elettrodomestici meno.
Dal punto di vista tecnico, gli elettrodomestici hanno delle aree simili per quanto riguarda la riparazione?
I motori elettrici hanno tutti una serie di problematiche comuni. Spesso, per esempio, sono i fili di alimentazione che non funzionano, quasi al 30 o 40 per cento. In particolare all'ingresso del filo di alimentazione. Quindi si buttano spesso elettrodomestici che sarebbero perfettamente funzionanti se cambiassimo semplicemente il filo. Cioè è una riparazione di dieci minuti e con pochissima spesa. Cambiare la cinghia del motore di una lavatrice, allo stesso modo, richiede non più di 15 minuti.
Perché la maggior parte di noi non sa riparare?
Noi siamo stati educati a consumare e questa nostra propensione al  consumo fa sì che il recupero sia una controtendenza. L'altro aspetto è che noi valutiamo molto il nostro tempo libero in termini di utilità marginale. Il nostro tempo libero ha un valore enorme visto che è poco e quindi tendenzialmente non vogliamo dedicarlo ad attività che siano riconducibili ad altro lavoro. E' ormai la norma che si preferisca spendere soldi piuttosto che perdere 30 minuti per riparare un oggetto. Non si percepisce, però, che non si tratta solo del costo relativo all'acquisto ma di un notevole costo sociale in termini di inquinamento e di smaltimento dei rifiuti. Gli elettrodomestici in genere hanno un impatto pesantissimo a livello ambientale. Anche perché ogni elettrodomestico per essere smaltito deve essere smembrato in quanto le sue componenti sono diverse tra rifiuti di plastica, elettrici, elettronici, metallici. E' quindi complicato. Un frigorifero, ad esempio, fa un volume di rifiuto enorme.
La riparazione può essere la risposta all'obsolescenza programmata?
Non sempre, purtroppo. I produttori fanno pagare in modo esagerato le componenti di ricambio. Una scheda elettronica di un frigorifero costa 110 euro quando lo stesso frigorifero ne costa 200. Lo fanno perché a loro conviene venderne uno nuovo. L'obsolescenza programmata esiste proprio per fare in modo che gli elettrodomestici vengano regolarmente ricomprati e non è un mito come molti credono ma la realtà. In Francia esiste un progetto di legge a tutela dei consumatori proprio a sostegno di tutto questo. Infiltrazioni, umidità, guasti possono esserci, naturalmente, ma non sono tali da giustificare la quantità di casi. Sul tema dell'elettronica purtroppo è difficile intervenire perché le schede sono fatte in modo da rendere difficilissima la sostituzione delle singole componenti. A un certo punto dobbiamo arrenderci anche noi.
Fate corsi per i bambini?
Abbiamo pensato di organizzare un corso a gennaio proprio per i bambini con i giocattoli di Natale rotti. Sulle attività con i bambini così come anche sulle altre nostre attività ci piacerebbe fare corsi itineranti.
Quante persone si rivolgono al Repair Cafè?
L'idea piace a tutti ma poi dall'idea al fatto di iniziare davvero a cambiare la mentalità dell'usa e getta il passo è lungo. In Olanda hanno iniziato per esempio con un pullman itinerante.
Che cos'è la biblioteca degli attrezzi?
Vorremmo fare una libreria degli attrezzi. Si lasciano qui gli attrezzi a disposizione di tutti. Quegli attrezzi che non ci servono tutti i giorni. Così come anche tutti i tipi di cacciavite particolari e professionali che restano qui a disposizione dei soci: frese, decespugliatori, cacciaviti particolari che si usano raramente ma che sono essenziali per riparare i nostri elettrodomestici. In questo modo si evita di acquistare tutti la stessa cosa ma si mette in comune ciò che si ha.
Quali altri progetti ci sono?
Un progetto con le persone disabili che vorremmo presentare presso le varie sedi istituzionali. Un altro aspetto che ci interessa è coinvolgere le persone anziane. Non solo per insegnare loro delle cose ma anche per coinvolgerli come insegnanti di abilità che abbiamo perso.
Per quanto riguarda le donne?
Ci manca, in effetti, tutto un ambito che è sempre stato quello femminile di riparazione degli abiti, di rammendo e recupero che si è quasi completamente perso e che invece è essenziale recuperare.
Quello che fate può diventare un vero e proprio lavoro che dia un reddito per vivere?
Nel nostro caso no, non rientra per ora nei nostri obiettivi. E' molto importante, però, pensare che per esempio attraverso i nostri corsi molte persone, ad esempio giovani, immigrati, disoccupati possano iniziare ad acquisire delle abilità da far crescere e che possano poi essere incanalate in un percorso professionale futuro.

venerdì 6 gennaio 2017

Un giorno in bicicletta a Copenhagen

articolo condiviso 
Ferma ad un semaforo, chiedo al ciclista più vicino nella lunga fila che sta aspettando il verde insieme a me, se quella che sto seguendo è la direzione giusta per arrivare a Christiania.
È pomeriggio, verso il tramonto. Il freddo ventoso mi ha congelato le mani. Sto pedalando dalle nove del mattino. A vista. Non conosco Copenhagen. Non ho gps, né cartina delle strade. Seguo semplicemente la gente sull’infinita rete di piste ciclabili.

“Ci sto andando anche io, vieni con me!” Mi dice. È sicuramente un imbianchino. L’arte delle macchie sui suoi vestiti è la stessa, inconfondibile, sui vestiti degli imbianchini di tutto il mondo. Ha una bici normale, direi da città, per catalogarla in un gruppo, sul portapacchi dietro è fissata una cassa di legno piena di pennelli di tutti i tipi sistemati con ordine, ci sono latte di colore, rotoli di nastro di carta, qualche quotidiano. Standogli a ruota posso vedere solo questo. Per tutto il tragitto pedalo dietro a lui.

Io ho una bicicletta nera presa a noleggio. Ha un freno solo, a sinistra, i cambi a destra e i pedali girano solo in avanti. Ogni tanto si bloccano. Non so perché. Me lo dimentico e ogni volta rischio di cadere. La luce bianca intermittente davanti e quella rossa dietro funzionano sempre, in automatico, anche di giorno, dopo il primo giro di pedali. Nel grande cesto attaccato al manubrio ho messo la borsa. Pedalando ho visto biciclette con cesti personalizzati come giardini fioriti a primavera.


La pista ciclabile è larga come la corsia per le automobili. Ogni strada ne ha due, una per ogni direzione. Non ci sono tombini ed è continuamente segnalata in modo inequivocabile. Segnali orizzontali, verticali e luminosi. In alcune zone della città è color azzurro cielo.
Faccio tutto quello che vedo fare all’imbianchino che pedala davanti a me e che, amorevolmente, si gira, di tanto in tanto, forse per paura di perdermi nel mare di altri caschetti. Non sarebbe difficile confondermi…sono in perfetto stile danese.

Vedo i ciclisti, tutti, usare una gestualità di cortesia e di sicurezza ad ogni svolta, fermata, sorpasso. Un linguaggio semplice che rende tutto più facile. E sicuro. Per mezz’ora mi sento come durante quelle pedalate che restano memorabili e indimenticabili. È capitato a tutti di pedalare proprio dentro ad un bel gruppo, affiatato, unito, di essere in sella alla bicicletta perfetta, su sterrato scorrevole, di pedalare a quella velocità che fa stare tanto bene da sentire il corpo come se stesse decollando e la felicità come unica energia propulsiva e trainante.
 Dentro questo ordinato e straordinario serpente di ciclisti, donne e uomini, con biciclette di tutti i tipi, vestiti in tutti i modi, mi sembra proprio di volare. E’ bellissimo. Tutti, qui, pedalano veloci invece che premere il pedale dell’acceleratore. Pedalano per spostarsi, invece di guidare. E non solo per andare a prendere il pane e il latte.

Biciclette da corsa, single speed, biciclette da criterium, quelle senza freni, cancelli perfettamente funzionanti, biciclette Pedersen, cargo bike, biciclette con il manubrio alto e dritto, biciclette con due, tre seggiolini, biciclette con il cassone davanti o con il carrellino dietro, cestini, cestoni, borse laterali, casse di legno chiaro e cassette della frutta. Per trasportare, qualsiasi cosa.
Studenti, studentesse, ragazze e ragazzi, donne e uomini eleganti, corrieri in bicicletta con i loro inconfondibili zaini sulle spalle e i lucchetti fissati alla canna del telaio, ciclisti con carichi di ogni tipo, tante normali, meravigliose mamme e tanti normali, meravigliosi papà e bambini biondi.
Una umanità che ha scelto un’alta e coerente qualità della vita. In tutto. Dal rispetto per l’ambiente a quello per il cibo. Dalle energie alternative, fortemente sostenute e incentivate, al cibo biologico. All’uso in massa della bicicletta. Una vera e propria critical mass quotidiana.
Attraversiamo un incrocio, l’ultimo. Vedo i graffiti colorati dell’entrata di Christiania, un esperimento sociale di vita autogestita basata sul rispetto tra le persone. Un esempio a livello mondiale. L’imbianchino ciclista, qui, è di casa.
Grazie imbianchino, anche grazie a te, oggi, che compio cinquant’anni, ho potuto volare.

mercoledì 4 gennaio 2017

200 anni, auguri bici! Ciclocalendario

articolo condiviso

di Felynx
Il Calendario a Impatto zero e il Ciclocalendario giungono quest’anno alla dodicesima edizione. E nell’anno in cui la bicicletta festeggia duecento primavere non potevamo non ripercorrere un po’ di storia di questo fantastico mezzo tutt’altro che obsoleto, anzi… Come affermato dai tanti ciclisti che si radunano spontaneamente fin dal 1992 negli incontri spontanei di Critical Massla bicicletta è il mezzo di trasporto del futuro.
Una storia iniziata il 5 aprile 1817, giorno in cui il barone Karl Drais presenta pubblicamente la Draisina che è considerata la prima bicicletta. Nata quindi sotto il segno dell’ariete e si può dire abbia fatto propria del segno la caratteristica di non riuscire a stare mai ferma.
Dalla Draisina tante le evoluzioni alla ricerca di maggiore manovrabilità e velocità. Così, dopo le prime versioni in cui la trazione avveniva attraverso la spinta dei piedi a terra, vengono implementati i pedali e differenziate le dimensioni delle ruote. Nasce nel 1866 la Penny Farthing, sicuramente più evoluta ma non proprio il massimo in termini di sicurezza.
Il cammino prosegue e qualche anno dopo vede la luce la Safety Bicycle con dimensioni più pratiche e l’inserimento dei freni che rendono la bicicletta un mezzo più sicuro.
Un nuovo grande passo viene fatto poi con l’implementazione dei copertoni di gomma gonfiabili che aumentano di molto la stabilità.
Verso fine dell’Ottocento arriva l’introduzione del meccanismo della ruota libera e si tentano così i primi record di velocità.
Nel 1937 finalmente giunge il deragliatore che permette il cambio del rapporto in corsa, fino a quel momento effettuato a mano e costringendo a fermate forzate anche i campioni del Giro d’Italia e del Tour de France.
Si susseguono così nuovi modelli che nascono per impieghi su terreni diversi e per nuove competizioni sportive, mentre il peso va alleggerendosi grazie all’impiego di nuovi materiali per il telaio, passando dall’acciaio all’alluminio e alla fibra di carbonio.
Dalla fine del secondo millennio ad oggi le nuove tecnologie incalzano. Viene introdotto un motore elettrico per agevolare la pedalata nei momenti di maggiore sforzo e infine si affaccia l’elettronica con computer e sensori che rendono la bicicletta un mezzo di trasporto smart.
Ma le nuove tecnologie e il digitale non scalzano del tutto i modelli tradizionali che convivono sulle strade affianco alle smart bike perché la bicicletta è un mezzo di trasporto che diventa un tutt’uno con chi la inforca rispecchiandone il carattere e la filosofia di vita.
calendario2017
Ciclofficina.net contribuisce alla diffusione della cultura di mobilità sostenibile attraverso il Calendario a Impatto Zero con immagini evocative, organizzato con spazi sufficienti per annotare appunti e, oltre alle consuete informazioni su lune e segni zodiacali, date e ricorrenze (non sempre scontate) molto in libertà, a volte incomprensibili, curiose ma anche utili.
Il Ciclocalendario invece, da ritagliare e portare in borsa o in tasca, è organizzato su cicli di ventotto giorni come il calendario lunare a cui è ispirato. Utile in agricoltura per organizzare le semine, per controllare la ciclicità delle maree, il ciclo mestruale… e per ogni altro tipo di lunaticità 😉
Buon 2017 a impatto zero!
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Scarica liberamente http://ciclofficina.net/materia/calendari/calendario-2017 e stampa, ciclostila, fotocopia, appendi, distribuisci, colora, ritaglia, modifica, regala…

venerdì 30 dicembre 2016

È arrivato... il tempo delle api!

Articolo condiviso

Darel Di Gregorio e Rossella Anitori, registi cinematografici, seguono con la loro macchina da presa, il sogno di due giovani apicoltori che credono che ci sia un'alternativa possibile all'apicoltura tradizionale. Questo è "Il tempo delle api".


Darel Di Gregorio e Rossella Anitori, registi cinematografici, seguono con la loro macchina da presa, il sogno di due giovani apicoltori che credono che ci sia un'alternativa possibile all'apicoltura tradizionale. Questo è Il tempo delle api, film documentario che mostra l'entusiasmo, la passione e il coraggio ma anche le difficoltà che incontra chi si avvicina oggi a un'apicoltura che vuole essere diversa e rispettosa di questi insetti magnifici. La scomparsa progressiva delle api e le possibili cause, le testimonianze di chi si interroga sul loro futuro così profondamente legato al nostro, la sperimentazione di vie alternative allo sfruttamento di questi animali sono argomenti toccati dal film per stimolare a riflettere su un modo diverso di convivere con loro. Darel e Rossella non hanno una produzione cinematografica alle spalle e iniziano con pochi strumenti presi in prestito a raccogliere impressioni e immagini. Per tre anni vivono con i protagonisti, li seguono in tutti i loro spostamenti per filmarne avventure e successi ma anche difficoltà, dubbi e paure. Per sostenere i costi del progetto i due registi lanciano una prima campagna di crowdfunding nel 2013 e riescono a raccogliere 5000 euro. Attualmente è in atto una seconda campagna lanciata su Produzioni dal Basso dedicata interamente alla finalizzazione del film.
Che cos'è Il tempo delle api?
Il tempo delle api è un film documentario che segue l'esperimento di due ragazzi, Mauro Grasso e Valerio Bonsegna, due giovani apicoltori che decidono di allevare le api in maniera naturale seguendo i principi della permacultura. L'esperimento è partito tre anni fa ed è ancora in corso. Noi abbiamo seguito i primi tre anni della sperimentazione documentando quello che accadeva giorno per giorno. I nostri protagonisti si sono ispirati a Oscar Perone, un apicoltore argentino che ha teorizzato un nuovo metodo per allevare le api alla luce delle teorie del giapponese Masanobu Fukuoka, promotore dell’agricoltura sinergica. Il metodo Perone capovolge la visione secondo cui le api necessitano delle cure dell’uomo per sopravvivere scegliendo di affidarsi all’intelligenza di questo antico insetto.
Qual è l'origine di questa storia? Come siete venuti in contatto con questi due giovani?
Mauro e Valerio facevano parte di un gruppo di ragazzi che viveva in maniera sostenibile in un casale dei Castelli Romani. Di questa piccola comunità facevo parte anche io, Darel. Adesso quel gruppo si è sciolto ma è da quella fucina di idee che tutto è partito. La nostra era una comunità in cui si praticava l'agricoltura sinergica e più in generale si attuava uno stile di vita in armonia con la natura. Quando Mauro e Valerio hanno sentito parlare di un'apicoltura diversa che metteva in primo piano le api e la loro salute si sono dati subito da fare. In quel periodo è arrivata a casa nostra Rossella che stava scrivendo un libro sulle Comuni e gli Ecovillaggi in Italia per la Derive e Approdi. E' così che ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a pensare insieme all'idea di realizzare un documentario su questa storia. Da quel momento sono passati quattro anni: tre di riprese e uno di pre-montaggio. Noi abbiamo seguito i primi tre anni ma l'esperimento è ancora in corso.
Qual è stata la cosa più interessante durante la realizzazione del film?
Quando giri un documentario devi fare i conti con l'imprevedibilità del reale. I personaggi non seguono un copione e la storia prende forma giorno dopo giorno. Il documentario non racconta solo un esperimento apistico ma anche una vicenda umana: l'amicizia tra Mauro e Valerio e il micromondo della comunità in cui è inserita. Il tempo delle api è tutto questo.
Quali sono stati i problemi e le difficoltà?
La difficoltà più grande fino ad ora è stata far passare il messaggio che il documentario non è il manifesto di un metodo ma è il racconto di un'esperienza. Per noi fare cinema è una grande opportunità per emozionarsi e vivere anche solo per un istante un’altra vita, diversa ma come in un frattale strettamente connessa anche alla nostra storia.
Qual è il significato e il valore di un modo diverso di fare apicultura?
Per come sono messe oggi le cose, da una parte c'è il tempo delle api, dall'altra quello del miele. L'obiettivo principale per un apicoltore è il miele, per chi si avvicina all'allevamento delle api come hanno fatto Mauro e Valerio la prima cosa è la salute delle api. La permapicoltura vuole dare la possibilità alle api di vivere autonomamente, senza il continuo intervento dell'uomo.
La permapicoltura è dibattuta. Non tutti gli apicoltori la guardano con favore.
Le avanguardie sono sempre state guardate con sospetto. Attraverso la storia di questi due ragazzi abbiamo voluto rendere omaggio a chi si mette in gioco per seguire i propri sogni. Mauro e Valerio hanno sentito il bisogno di lasciare il percorso battuto per intraprendere una nuova strada. Se oggi ci sono apicoltori biologici è perché qualcuno a tempo debito si è preso la briga di sperimentare.
In cosa è diverso il vostro film da altri film documentari sulle api?
Il nostro non è un documentario d'inchiesta ma il racconto di un'esperienza attraverso le immagini e i suoni della presa diretta. Il tempo delle api è il racconto di un quotidiano immerso nella natura, del magnifico mondo delle api ma anche delle difficoltà che si possono incontrare lavorando ad un progetto comune.
Per quanto riguarda la distribuzione, che tipo di sistema avete pensato di usare?
Vorremmo utilizzare tutte le possibilità che oggi ci sono a disposizione: movieday, video on demand, proiezioni organizzate dal vivo.
Quando è prevista l'uscita del film?
Se tutto va bene per la prossima primavera.
Per finanziarvi avete usato il crowdfunding. Come è stata la risposta al progetto?
I ragazzi hanno trovato grande entusiasmo e bisogno di sperimentazione da parte di tante persone qui in Italia. Si è venuto a creare un vero e proprio movimento di gente interessata e andando avanti nell'esperimento Mauro ha iniziato a tenere una serie di workshop in varie località italiane per divulgare il metodo. I protagonisti del documentario hanno intercettato una problematica diffusa che è quella del rapporto con le api, compromesso dalla chimica e dalle difficoltà che oggi stanno vivendo. Prima del lavoro di Mauro e Valerio si sapeva molto poco di permapicoltura in Italia, oggi anche grazie a loro sono sorti molti gruppi facebook in cui le persone si scambiano consigli ed esperienze.
Quanto avete raccolto e di quanto ancora avete bisogno? Se non riuscirete a raccogliere il necessario cosa farete?
Al momento abbiamo due aziende biologiche che si sono appena aggiunte come sponsor e abbiamo raggiunto circa 4500 euro. Ce ne servirebbero in tutto 15000. Abbiamo lanciato una campagna aperta del tipo“Take all”, nel senso che prenderemo tutto quello che riusciremo a raccogliere.

mercoledì 28 dicembre 2016

CoScienze critiche

Articolo Condiviso
Viviamo un tempo in cui la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, che è meglio chiamare tecnoscienza, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni nascono e servono ad aumentare i profitti delle grandi imprese, a devastare la natura, ad accrescere lo sfruttamento di quelli che stanno sotto e a controllarci tutti con metodi sempre più sofisticati e con forme sempre nuove di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto passivamente e in nome del “progresso”. Il predominio delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi è radicato in una concezione frammentaria e gerarchica di una scienza che disprezza la complessità, la precauzione e tutti i saperi che non siano quelli dominanti. Così, si alimenta l’illusione che la crisi climatica e quella alimentare, le malattie e i problemi di “sicurezza” si possano risolvere solo nei laboratori e con più tecnologia. Il grande incontro promosso in questi giorni dagli zapatisti in Chiapas ricorda invece che l’origine della parola coscienza significa conoscenza condivisa. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza messa in comune che deriva dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva
Foto www.research.bayer.com 

di Silvia Ribeiro
A San Cristóbal de Las Casas, Chiapas si sta svolgendo l’incontro intitolato “Le/gli Zapatiste/i e le CoScienze per l’Umanità”, una nuova sfida alle leggi di gravità, una di quelle che caratterizzano le comunità zapatiste. Sebbene conoscano molto bene la gravità, nell’appello per la convocazione dell’ incontro, dove ci chiamano a costruire “Una casa, altri mondi”, i promotori ci ricordano che “il mostro ci spia da tutti gli angoli, dai campi e dalle strade” e, malgrado ciò – o meglio, proprio per questo -, ci invitano a questa costruzione-decostruzione, un altro modo ancora per condividere le resistenze.
E’ una sfida terribilmente opportuna, che avviene mentre la “tecno-scienza”, la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni riguardano i mezzi per aumentare i profitti delle grandi imprese, per rendere ancora più profonda la devastazione della natura e lo sfruttamento dei/delle los/las de abajo e, naturalmente, per controllarci tutti. Per controllarci con metodi sempre più sofisticati di sorveglianza, di controllo e repressione, e perfino con nuove forme di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto questo passivamente e addirittura di pensare che questo sia “progresso”.
Nella sua origine, la parola coscienza significa appunto “conoscenza condivisa”. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza condivisa, derivante dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva.
In quanto forma di approccio aperto che deriva dalla curiosità, dalla necessità, dalla riflessione, dalla sperimentazione e dall’accumulazione collettiva (e dal libero flusso di conoscenza che serve al bene comune, che cerca la revisione critica della società), la scienza è minacciata dal sistema dominante quanto le diverse forme di conoscenza e i saperi dei popoli che non si adattano alla definizione di “scienza” che serve al capitale.
Per questo, molti di coloro che vengono chiamati scienziati critici, scienziati impegnati con la società, scienziati cittadini, affermano che no, che quella non è scienza bensì tecno-scienza: processi chiusi per creare tecnologie che servano alle imprese o alle istituzioni che li finanziano. Si tratta di processi che accettano e promuovono la brevettazione e altre forme di proprietà intellettuale della conoscenza e dell’informazione – comprese quella genetica e quella digitale -, che sono sempre forme di privatizzazione della conoscenza collettiva, sebbene qualcuno rivendichi che si tratta del “suo” lavoro o della “sua” ricerca. Qualsiasi invenzione, infatti, non è altro che un piccolo pezzo di una lunga accumulazione collettiva di conoscenza ed esperienza, per questo privatizzarla in un qualche modo è sempre un furto.
Nel suo atto costitutivo, la Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad y la Naturaleza en América Latina (UCCSNAL) [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura], dichiara: “In tutti gli ambiti delle attività umane, viviamo una crisi di civiltà globale senza precedenti alla quale ci hanno condotto il capitalismo e i modelli simili ad esso che dividono l’uomo dalla natura. Le loro principali manifestazioni sono un’iniquità socio-economica che non smette di approfondirsi, il crescente esercizio del potere mediante la violenza, l’asservimento della diversità biologica e culturale e un’infinità di squilibri ambientali. In América Latina, l’espansione dell’estrattivismo e dell’agrobusiness hanno nutrito questa crisi sottomettendo i nostri territori e i loro abitanti a un’ incessante spoliazione ed estinzione.
Alle soluzioni scientifico-tecnologiche il discorso dominante assegna un ruolo sempre più preponderante nella risoluzione della crisi, allontanando così la discussione etico-politica di fondo.
La generazione e l’uso della conoscenza scientifico-tecnologica sono sempre più impegnate nel dar risposta alle richieste delle multinazionali che danno impulso al modello che ci ha portati a questa crisi e sempre meno al servizio dei popoli. La crescente tendenza verso la privatizzazione della conoscenza, a discapito del suo utilizzo pubblico, va di pari passo con una scienza sempre più funzionale agli interessi del corporativismo capitalista (o del grande capitale). Una tendenza che si riflette nello stimolo alla brevettazione della conoscenza a livello accademico e nella crescente tendenza alla privatizzazione di enti pubblici di ricerca e di istruzione superiore”.
Non si tratta, però, solamente del pubblico e del privato. Il predominio e l’avanzamento delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi che viviamo, è radicato in una concezione frammentaria, gerarchica e verticale della scienza (automaticamente tradotta come progresso) che disprezza la complessità, la precauzione, lo sguardo olistico e inclusivo e qualsiasi altra forma di conoscenze e saperi che non siano quelli dominanti.
Questa tecno-scienza che riduce la realtà, elimina dal suo campo di analisi le conseguenze negative che produce – impatti ambientali, conseguenze sulla salute, disoccupazione, delocalizzazione, distruzione culturale – se non sono immediatamente visibili. E anche quando lo sono, si cerca di occultarle attraverso un dispositivo della propaganda che stabilisce che i benefici sono sempre certi mentre gli impatti sono sempre discutibili.
Queste proposte tecno-scientifiche sono una parte centrale del sistema capitalista, e non solamente per quelli che se ne sono appropriati, ma anche per la loro stessa forma e per le caratteristiche. Servono ai padroni del potere perché così non si devono verificare le cause della crisi, così non è necessario cambiare nulla, presumibilmente ci sarà sempre in futuro una soluzione tecnologica per uscire dal problema, che rappresenta per di più una nuova fonte di affari.
Con questa mentalità, la crisi climatica si risolve con più tecnologia, compresa la geo-ingegneria (la manipolazione tecnologica del clima globale per raffreddarlo o per rimuovere l’eccesso di CO2), la crisi alimentare si risolve con gli Ogm, le malattie con l’alta tecnologia, la scarsità di risorse con la nanotecnologia, la “sicurezza” con sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati che vengono sviluppati in ambiti militari, ma il cui utilizzo più diffuso è contro la popolazione in generale.
Per tutte queste ragioni non è necessario cambiare nulla delle strutture attuali. Si alimenta la falsa illusione secondo la quale il sistema industriale di produzione e consumo è percorribile adesso e in futuro, anche se ne trae beneficio solamente una minima percentuale della popolazione mondiale, mentre distrugge la natura e le basi di sussistenza della maggioranza.
Malgrado ciò, questa matrice tecno-scientifica è quanto i governi, compresi quelli progressisti, considerano progresso.
[Una matrice] Che nega anche l’enorme e complessa diversità degli altri saperi e delle conoscenze contadine, indigene, e delle comunità urbane e rurali, le vere soluzioni alla crisi che viviamo.
Per tutto questo è imprescindibile mettere profondamente in discussione, non solamente la proprietà o le singole caratteristiche delle tecnologie, bensì la matrice tecno-scientifica dominante in quanto tale, oltre ai suoi impatti su tutte e su tutti, sulla natura e sulle generazioni presenti e future.

venerdì 23 dicembre 2016

Cibo sprecato: impatto devastante sull'ambiente

Articolo condiviso

Il 30% del cibo prodotto viene sprecato e se le emissioni di gas serra derivanti dallo spreco di cibo fossero assimilabili a quelle di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina.


L'impatto sull'ambiente dello spreco alimentare è pesantissimo, più di quanto forse tanti immaginano. A fare conti e stime è il rapporto della FAO.
Dal rapporto FAO Global food losses and waste. Extent, causes and prevention emerge che va sprecato il 30% del cibo prodotto.
Lo spreco proviene da tutte le fasi della filiera:
produzione agricola primaria (inclusi gli allevamenti di animali),
trasporto e stoccaggio dei prodotti primari,
lavorazione degli stessi,
distribuzione del prodotto finito alle rivendite e da queste ai consumatori,
consumo,
rifiuto dei residui.
Nella stima FAO non sono considerate altre fonti di cibo tranne quelle terrestri, evidentemente tralasciando la parte marina.
Circa 1 miliardo di abitanti del pianeta è sotto-alimentato e il quantitativo di cibo sprecato ne potrebbe alimentare circa 2 miliardi, quindi occorre veramente agire su questo fronte.
Poi c'è l'impatto ambientale dovuto allo spreco di tonnellate di cibo, di cui il rapporto FAO Food Wastage Footprint Impacts on natural resources calcola la “carbon footprint”.
In termini di emissioni di anidride carbonica equivalente dovute alla produzione di cibo non consumato, se fossero assimilabili alle emissioni di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina. 
A questo impatto sul clima si aggiunge il fatto che il 30% della terra coltivabile è appunto dedicata al cibo non consumato (che è il 30% di quello prodotto), ma soprattutto che l'acqua sprecata è pari a 21% dell'utilizzo globale di acqua.
Il rapporto sottolinea come per prevenire gli sprechi sia necessario cambiare atteggiamenti e tecnologie lungo l'intera catena di produzione/distribuzione/consumo, con un diverso approccio locale. Infatti nei paesi in via di sviluppo il 41% degli sprechi avviene nelle fasi subito successive alla coltivazione e raccolta dei prodotti primari e anche durante le fasi di lavorazione; nei paesi sviluppati più del 40% degli sprechi avviene a livello di distribuzione e di consumo.
Queste differenze sono dovute sia alle abitudini delle popolazioni e al livello di industrializzazione che alla tipologia di alimento prodotto e consumato. I maggiori sprechi si hanno per la produzione di cereali (25%), verdura (24%) e tuberi amidacei (18%, simili alla frutta, 16%) e i maggiori impatti ambientali sono dovuti a cereali (34%), carne (21%) e verdura (21%).
 Le emissioni di gas serra dell'agricoltura sono principalmente dovute all'impiego di fertilizzanti azotati, che rilasciano anidride carbonica e protossido di azoto, e quindi le emissioni di anidride carbonica equivalente di cereali e verdura sono proporzionali alle quantità di vegetali sprecate (per i cereali il coefficiente di proporzionalità è maggiore che per le verdure, in quanto alcuni cereali, tra cui il riso, possono emettere metano dai residui dei raccolti lasciati sul campo).
Le emissioni di gas serra dovute all’allevamento di bestiame provengono sia dai fertilizzanti, utilizzati per la produzione dei mangimi, sia dalla gestione degli animali. Tuttavia c'è una distinzione tra animali monogastrici e ruminanti: questi ultimi, oltre alle emissioni dei mangimi, rilasciano ingenti quantità di metano prodotto dalla fermentazione enterica. Per questo, ad uno spreco di carne corrispondente al solo 4% del totale di sprechi, è dovuto il 21% del contributo di emissioni di anidride carbonica equivalente.
La lotta allo spreco di cibo e alla malnutrizione richiede anche una modifica delle abitudini alimentari; occorre passare a una dieta più sostenibile e più largamente accessibile (rapporto JRC 2015 Global Food Security 2030 – Assessing trends with a view to guiding future EU policies).
Fonte: Silvia Maltagliati per Arpat Toscana