lunedì 26 settembre 2016

Questa pista ciclabile rosa in Nuova Zelanda ha stupito il mondo


Si chiama Nelson street cycleway
e si trova ad Auckland. 
Pareti in vetro, luci led modulabili
 e il colore acceso rendono
 questa pista ciclabile rosa in
 Nuova Zelanda ben riconoscibile
 a distanza...e in tutto il mondo.



La pista ciclabile rosa realizzata in Nuova Zelanda è ormai diventata un culto:Nelson street cycleway, nota anche come “Pink bike path” (la pista ciclabile rosa) e come “The light path” (la pista della luce), nasce dalla volontà di recuperare una vecchia rampa di accesso all’autostrada di Auckland ormai in disuso. Certo, la visuale non è delle più ambite ma grazie a questo “nastro rosa” che accarezza la superstrada ora ciclisti e pedoni hanno una scorciatoia per poter arrivare sulla costa della capitale neozelandese.

Pista ciclabile rosa in Nuova Zelanda: i particolari

Nelson Street Cycleway collega Upper Queen Street bridge con Quay Street. Il percorso condiviso permette così di raggiungere la spiaggia diventando un tratto cruciale della rete ciclabile di Auckland. Un progetto finanziato dal Governo utilizzando il Programma per le piste ciclabili urbane realizzate con l’Agenzia del trasporto della Nuova Zelanda e la società di trasporti di Auckland.
Ad essere precisi il colore scelto, dopo una selezione tra arancioni, rosa, gialli e rossi, si chiama telemagenta e rientra nella scala dei violetti.
La scelta del colore, spiegano gli architetti che ne hanno curato il progetto, è stata proprio voluta per distinguersi dal paesaggio urbano e di tonalità diverse rispetto a tradizionali percorsi ciclabili: la passerella è quindi stata rifinita con una brillante resina rosa. Una scelta di rottura  avvenuta sia per rivalutare un colore che, a detta di chi lo ha scelto, in molti hanno paura di usare; sia perché serviva un colore acceso e ben visibile, per creare un progetto che non fosse solo una pista ciclabile come tante ma una sorta di installazione artistica urbana.
A dare ancora più personalità a Nelson street cycleway c’è una dotazione di trecento paletti luminosi a led posizionati su una delle due pareti di vetro. Sono modulabili dal punto di vista cromatico e nelle ore notturne danno ulteriore slancio visivo alla pista, in particolare durante il crepuscolo.
La pista ciclabile rosa Nelson Street Cycleway di Auckland ha così colpito l’immaginario collettivo che è riuscita a entrare tra le finaliste del World architecture festival di Berlino nella sezione “trasporti”. A novembre se la vedrà con stazioni, porticcioli, aeroporti, ponti e con un ponte ciclabile realizzato in Danimarca nella città di Odense.

sabato 17 settembre 2016

Tesla migliora il suo sistema di auto-pilota

Articolo Condiviso

La società di Elon Musk ha annunciato aggiornamento software che potenzia il radar del sistema
 
Nel maggio scorso aveva creato un certo scalpore l’incidente mortale con protagonista un’auto a guida autonoma di Tesla (come vi avevamo raccontato qui su robotica.news).
Nei giorni scorsi la società di Elon Musk (nella foto sotto) ha dato seguito alla promessa fatta subito dopo l’accaduto, vale a dire studiare un rimedio per evitare altre simili tragedie. Va però ricordato che oltre al malfunzionamento dell’auto-pilota, gran parte della responsabilità del sinistro è stata ascritta alla superficialità dell’uomo all’interno dell’abitacolo, poi deceduto sul colpo. Il 40enne Joshua Brown si era messo a guardare un film di Harry Potter dopo aver innestato l’Autopilot della sua Model S, ma dopo pochi minuti ha perso il controllo dell’auto (in breve, sarebbe stato sufficiente per lui mantenere le mani sul volante pure godendosi il film).
Nelle prossime settime, dunque, si verificherà un aggiornamento del software: tra le novità, il potenziamento del sistema radar e avvertimenti durante la guida automatica che costringeranno il guidatore a rimettere le mani sul volante, come da prassi prevista fin dall’inizio dell’avventura della Tesla Car (e non rispettata dalla vittima del suddetto incidente). Se non lo farà, l’auto-pilota viene temporaneamente disattivato.
I dettagli sono stati resi noti dallo stesso Musk: il Tesla 8.0 si presenta come il più grande aggiornamentosoftware mai rilasciato dalla compagnia di automobili elettriche statunitense e sarà attivo sulle Model S eX consegnate da ottobre 2014. Secondo il CEO, con le migliorie del software Autopilot il radar verrà usato come sensore principale e il sistema non avrà difficoltà in condizioni climatiche difficili come nebbia, forti piogge, neve e strade polverose.

domenica 11 settembre 2016

Alessandro, il ciclofabbro a “impatto zero”



Ecologia e artigianato insieme, a misura di pedalata. E’ possibile ritornare padroni del proprio tempo e decidere di rallentare? Alessandro Mercadanti, giovane fabbro in sella a una cargo bike, è la prova che si può fare dando vita a un’impresa ad emissioni zero, attenta al recupero e al riciclo.

di Isabella Wilczewski

E’ stata inizialmente una spinta ecologica che ha fatto decidere ad Alessandro Mercadanti di abbandonare l’auto e di girare per Parma, la sua città, con una Cargobike di sua costruzione. Poi, in sella alla bici, ha capito che tutto è possibile, scollandosi di dosso quei preconcetti che ci tengono imprigionati a un lavoro, a dei costi fissi e a onerosi e per nulla sostenibili mezzi di trasporto. Così, una pedalata dopo l’altra ha deciso di rispolverare un vecchio mestiere ed ora fa il fabbro a domicilio. Alessandro, 35 anni, si definisce un ciclofabbro romantico, perché la sua piccola rivoluzione a due ruote è un monito a rallentare i ritmi, godendosi ogni pedalata e assaporando la vita a misura d’uomo. “Credo fortemente nell’andare lentamente, alla vecchia maniera- spiega Alessandro- come quando tanti anni fa gli ambulanti giravano per le strade con dei carretti simili al mio. Il lavoro era molto più lento le persone sorridevano di più, non erano presi da questa frenesia che fagocita tutto e tutti”. E’ anche sul concetto di lavoro che si basa la sua idea di cambiamento. Mettendosi in proprio e dando vita a un’impresa a “emissioni zero” , che cerca di recuperare e ridare vita a più oggetti possibili, è diventato padrone del suo tempo e delle sue scelte. “Credo vivamente che ognuno di noi abbia il modo di scegliere cosa voler fare-aggiunge Alessandro- Quello che mi sono creato negli ultimi due anni, mettendomi in proprio mi ha dato la possibilità di scegliere, scegliere il valore del tempo, scegliere se fare o non fare interventi. Per questo mi ritengo una persona molto fortunata, ma la fortuna che ho è anche dovuta dal fatto che me la sono creata io”.
Alessandro, con la sua impresa che ha chiamato BaGÄj, fa interventi di manutenzione a domicilio, aggiustando porte, finestre e serrature. Ma anche, grazie alla passione per il metalli da plasmare, fa complementi d’arredo e gioielli con materiale di recupero, dando, per esempio, nuova vita a postate che possono diventare ganci appendiabiti o gioielli. E ancora, è uno dei pochi costruttori in Italia di cargo bike, ovvero bici con vano cargo, partendo sia da nuovi materiali che dal recupero. Queste sono adatte sia per fare spese ecologiche, sia per trasportare bimbi, sia per convertire la propria impresa a emissioni zero.
Ed allora che riCiclo sia..



domenica 28 agosto 2016

Bioedilizia ed etica, la soluzione all'Italia che si sbriciola

Articolo condiviso

E’ risaputo che siamo paese di terremoti e un paese a rischio idrogeologico. Le scosse in centro Italia rappresentano un'altra di una lunga serie di tragedie. Ebbene, bioedilizia ed etica sono scelte imprescindibili per rilanciare economia e occupazione e per prevenire proprio tali tragedie.

di Paolo Ermani 


Quando si parla di economia e di occupazione, sentiamo spesso discorsi altisonanti che propongono soluzioni che tali non sono e che non portano a niente. Si dovrebbe invece guardare all’Italia e alle sue caratteristiche per capire (lo può fare anche chi frequenta le scuole elementari) che basterebbe lavorare su quelle caratteristiche per risolvere ogni problema economico e occupazionale.
E’ risaputo che siamo paese di terremoti e a rischio idrogeologico; quale modo migliore per rilanciare economia e occupazione se non intervenire anche per prevenire questi due aspetti?
Prendiamo un esempio per tutti e cioè come vengono costruite o ristrutturate la case in Italia; gli studiosi seri della materia sanno che il migliore materiale per la prevenzione dai terremoti è il legno, per la sua resistenza, versatilità ed elasticità. Quando ne parlavo già all’inizio degli anni Novanta, aggiungendo anche case in terra cruda e paglia, isolanti leggeri ma performanti in fibra di cellulosa, gli “esperti”, gli architetti, gli ingegneri erano prodighi di battute e commenti spiritosi sulle case dei tre porcellini, ecc. Eppure oggi in tanti sono rimasti sotto a case in cemento e mattoni, case progettate e costruite da gente senza scrupoli, la stessa gente senza scrupoli che le ricostruirà grazie alla tangente, alla bustarella, all’amico dell’amico e che lo farà con gli stessi materiali e progettazioni scadenti e con lo stesso menefreghismo di quando le ha costruite.
Il legno è un materiale eccezionale, rinnovabile, locale e darebbe solo risultati positivi. Con una politica di massiccia riforestazione tra l’altro si darebbe risposta ai continui incendi che si sviluppano in questo paese provocati da gente folle e masochista che distrugge il territorio che abita. Inoltre ci si darebbe un'opportunità di assorbimento di CO2 non indifferente e in prospettiva poi di esaurimento e minore uso dei combustibili fossili; il legno è il migliore materiale per sostituire la plastica in moltissimi usi. Quindi occorre incentivare tutta la filiera del legno che, come ulteriore vantaggio attraverso il rimboschimento, previene frane e smottamenti che si verificano anche perché gli alberi vengono sempre più abbattuti per fare spazio all’edilizia; edilizia che poi viene spazzata via ad ogni alluvione o che ci cade in testa ad ogni terremoto.
Il legno da solo però non basta; servono tecnici preparati, qualificati dall’esperienza sul campo, guidati dall’onestà e dai valori etici e non esclusivamente dai soldi, dal numero di certificati, lauree, master e ridicoli fogli che attestano il nulla, magari comprati in internet. Ci sono tecnici che non hanno mai preso in mano un martello da carpentiere in vita loro e un cantiere lo visitano attraverso un computer.
Se non ci sarà una chiara volontà di cambiamento, si piangeranno i morti, ci si accuserà a vicenda sulle responsabilità, nessuno sarà colpevole e tutto proseguirà come se nulla fosse, fino al prossimo terremoto, fino ai prossimi morti.

sabato 20 agosto 2016

Coste italiane: inquinamento cronico e un popolo assuefatto

Articolo condiviso

Da quanti anni ormai i controlli annuali di Legambiente ci restituiscono l'immagine di un paese che dell'inquinamento cronico ha fatto il suo compagno di (s)ventura? Eppure, siamo sempre lì, ai depuratori che non ci sono o non funzionano, ai patrimoni naturali trattati come fardelli che pesano o come merce da far fruttare. Oggi abbiamo un punto inquinato ogni 54 chilometri di costa. Su 265 campioni di acqua analizzati, il 52% è risultato con cariche batteriche elevate. Il 25% della popolazione italiana ancora non è coperta da depurazione. Eppure, potrebbe essere tutto diverso...

di Redazione


Un punto inquinato ogni 54 km di costa, ancora una volta sotto accusa la mancata depurazione. Dei 265 punti monitorati, uno ogni 28 km di costa, dal laboratorio mobile di Goletta Verde di Legambiente, il 52% è risultato inquinato o fortemente inquinato. L’88% di queste criticità è in corrispondenza di foci di fiumi, fossi, canali o scarichi presenti lungo la costa. Più della metà di questi sono in prossimità di spiagge e stabilimenti e quindi frequentati da bagnanti.
I risultati conclusivi di Goletta Verde 2016 offrono ancora una volta spunti di riflessione.
I punti di prelievo sono stati selezionati grazie al lavoro dei circoli di Legambiente e alle segnalazioni dei cittadini giunte attraverso il servizio SOS Goletta. Il monitoraggio di Goletta Verde ha l’obiettivo di rilevare e denunciare la presenza di scarichi non depurati che continuano a riversarsi in mare e non vuole sostituirsi a quello delle autorità preposte ai controlli sulla balneazione. Proprio per questo, i prelievi sono concentrati nei punti critici: foci di piccoli e grandi corsi d’acqua, di fossi, canali e scarichi, che costituiscono i principali veicoli dell’inquinamento da batteri fecali in mare, dove sussiste il “maggior rischio” di contaminazione.
I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, escherichia coli) e vengono considerati come “inquinati” i risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto del ministero della Salute del 30 marzo 2010) e “fortemente inquinati” quelli che superano di più del doppio tali valori.
“Purtroppo i risultati deludenti in prossimità di foci, fossi e canali non ci sorprendono - commenta Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente - dal momento che il problema riguarda non solo le aree costiere ma interessa gran parte del territorio nazionale. Nonostante siano passati 11 anni dalle scadenze previste dalla direttiva europea sulla depurazione, l’Italia, infatti, è ancora in fortissimo ritardo. Circa il 25% della popolazione non è coperta da un adeguato servizio di depurazione e un terzo degli agglomerati urbani a livello nazionale è coinvolto da provvedimenti della Commissione europea. Sul nostro Paese pesano già due condanne e una terza procedura d’infrazione. Oltre i costi ambientali, ci sono inoltre quelli economici a carico della collettività: a partire dal 2016, il nostro Paese dovrà pagare 480 milioni di euro all’anno, fino al completamento degli interventi di adeguamento”.
Nel fare un bilancio del monitoraggio di Goletta Verde, è importante specificare che le differenti condizioni meteorologiche riscontrate al momento dei prelievi, la variabilità del numero di presenze nelle località costiere e le caratteristiche morfologiche che variano da regione a regione, non consentono di stilare una classifica nazionale. Si distingue positivamente la Sardegna, con poche criticità riscontrate solo in corrispondenza di foci di corsi d’acqua o canali. Buona anche la performance della Puglia, in cui si è registrato un miglioramento rispetto allo scorso anno. Mentre in alto Adriatico la situazione migliore si registra in Veneto. Le situazioni più critiche si trovano, invece, in Calabria, interessata nelle ultime settimane anche da diverse proteste da parte delle comunità locali per “mare sporco”, da divieti di balneazione e da interventi delle forze dell'ordine per irregolarità nel servizio di depurazione, nelle Marche e in Abruzzo, regioni penalizzate anche dall’elevato numero di corsi d’acqua, canali e fossi che sfociano in mare.
Se nell’edizione 2016 oltre la metà dei punti sono risultati inquinati, 1 su 5, soffre di ‘inquinamento cronico’, in quanto dal 2010 ad oggi è risultato fuori i limiti di legge per almeno 5 volte. Di questi il 94% corrisponde a foci di fiumi, torrenti, scarichi e canali. Tutte le regioni costiere hanno almeno un punto "malato cronico", ma in alcune la situazione è particolarmente rilevante, con almeno 5 punti campionati che risultano inquinati ormai da anni (Marche, Liguria, Lazio, Campania e Calabria).
“Gli scarichi non depurati sono i peggiori nemici del turismo - continua Zampetti - Il nostro monitoraggio ha l’obiettivo di non fermarsi alla sola denuncia, ma soprattutto di avviare un approfondimento e confronto per fermare l'inquinamento da mancata depurazione che si riversa in mare. Per alcune situazioni critiche da diversi anni, grazie alla stretta collaborazione con le forze dell'ordine e le amministrazioni locali, si è arrivati a individuare le cause e risolvere il problema. Ora c’è la legge sugli ecoreati, che prevede anche il reato di inquinamento ambientale, valido strumento contro chi continua a scaricare illegalmente nei fiumi e nel mare”.
Tra le foci di fiumi, i fossi e i canali monitorati da Legambiente quest’estate, 1 su 3 non viene campionato dalle autorità competenti perché si tratta di luoghi non adibiti alla balneazione stando ai profili di costa redatti a inizio stagione da Regioni e Comuni. Spesso, però, sono frequentati dai bagnanti perché mancano i cartelli di divieto di balneazione, a cui dovrebbero provvedere i Comuni: assenti nell’74% dei punti visitati dai tecnici di Goletta Verde.
Ancora peggiore il dato sulla presenza dei cartelli informativi in spiaggia, che hanno la funzione di divulgare al pubblico la classe di qualità del mare (in base alla media dei prelievi degli ultimi quattro anni), i dati delle ultime analisi e le eventuali criticità della spiaggia stessa. Secondo la normativa, i Comuni costieri sono obbligati ad apporli ormai da due anni ma i tecnici di Goletta Verde li hanno avvistati solo nel 5% dei casi.
“Durante l’estate abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni di mare sporco da parte dei bagnanti grazie al servizio Sos Goletta - racconta Serena Carpentieri, responsabile Campagne di Legambiente -. Le persone sono spesso disorientate, non sanno a chi rivolgersi per denunciare casi di inquinamento, dove consultare i dati ufficiali, come capire se stanno facendo il bagno in acque sicure e controllate. È indispensabile che il Ministero della Salute istituisca un numero verde per raccogliere le segnalazioni di cittadini e turisti e avvii, in collaborazione con le Regioni e gli enti locali, una chiara campagna informativa. Infine, non è più tollerabile l’assenza di cartelli di divieto di balneazione nelle aree dove non si può fare il bagno e i cartelli informativi sulla qualità delle acque. L’accesso all’informazione è un diritto di cittadini e turisti e un dovere per le autorità competenti e per tutti i comuni costieri, cosi come previsto dalla normativa sulla balneazione”.
Va evidenziato, inoltre, l’inquinamento da rifiuti, che arrivano dai fiumi, dal mare e da terra e che accomunano tutti i 265 luoghi esaminati da Goletta Verde. Solo nel 14% di questi non è stata rinvenuta spazzatura, che molto spesso, invece, si accumula in vere e proprie discariche in mezzo alla sabbia. A farla da padrona è la plastica ma non mancano i rifiuti che derivano dall’inefficiente depurazione; le foci dei corsi d’acqua e i canali portano con sé non solo batteri ma anche rifiuti solidi buttati nel wc e che per mancata depurazione o scarichi illegali arrivano sulle spiagge. Cotton fioc, assorbenti, blister, addirittura deodoranti da wc che sono stati ritrovati nei pressi dei punti di campionamento nel 18% dei casi. E non è un caso che nell’83% di questi luoghi siano state riscontrate cariche batteriche oltre la norma, derivanti dalla stessa cattiva depurazione. 

sabato 13 agosto 2016

Eliana e Giuseppe: «Ora il tempo è di nuovo nostro»

articolo condiviso

Eliana e Giuseppe hanno lasciato un lavoro frenetico, che toglieva loro il tempo per vivere e hanno scelto un'altra strada. E sono felici. Cambiare è possibile, non pensiate che sia "cosa" per pochi.


"Molte persone pensano che abbiamo scelto una strada facile, o che siamo scappati, o che stiamo facendo la bella vita, girando il mondo con lo zaino, come fossimo due ragazzini. Eppure, quando io mi guardo indietro e penso alla vita che abbiamo lasciato alle nostre spalle, è proprio quella vita ad apparirmi facile". Eliana Virtuoso, 34 anni, e Giuseppe Giangreco, 44, conosciuti come Nina e Giuse, più di un anno fa hanno deciso di lasciare tutto, casa, lavoro, affetti, per cominciare a girare il mondo con uno zaino in spalla alla ricerca di un nuovo modo di essere e di vivere che conducesse alla felicità.
Nina lavorava da sei anni come segretaria di un centro commerciale a Moncalieri, Torino, quando nell'ottobre 2012 ricevette una promozione a direttrice di un nuovo centro commerciale ad Ancona, cosa che la portò al settimo cielo per la prospettiva di rimettersi in gioco in una nuova sfida.
Giuse, invece, era da circa 20 anni un rivenditore di complementi di arredo per uffici e grande distribuzione in una piccola azienda di proprietà. Purtroppo, con l'arrivo della crisi, l'azienda ha cominciato a faticare portando a guadagni sempre più bassi a fronte di ore di lavoro in continuo aumento.
"A Torino, la nostra vita si barcamenava fra infinite ore di lavoro e tentativi di prenderci cura di noi stessi e della nostra felicità con i nostri banalissimi guadagni: due o tre settimane all'anno di viaggio zaino in spalla in luoghi lontani nei periodi di bassissima stagione, cene a casa con gli amici e una casa in affitto nelle campagne del pinerolese per spendere il meno possibile. Sopravvivevamo, ecco. Ma il tempo pareva sfuggirci dalle mani. Gli anni passavano, e la nostra vita scorreva uguale giorno dopo giorno, con la sensazione che non stessimo facendo niente di significativo che ci appartenesse veramente. Qualcosa in cui credere, qualcosa da costruire, da realizzare. Il trasferimento ad Ancona ci apparve come un modo per tentare una sorta di nuovo inizio: ci saremmo avvicinati al mare, con una nuova avventura professionale e magari nuove opportunità, in una zona dell'Italia dove forse avremmo potuto godere di una vita meno frenetica e avere più tempo per noi".
Ma le cose non fecero altro che peggiorare. Dopo un anno, Nina aveva quasi raddoppiato le sue ore lavorative, oltre allo stress provocato dalla forte crisi economica generalizzata. Nonostante vivessero in affitto in una casa bellissima, con vista mare e montagne, non avevano mai abbastanza tempo per godersela e tornò a presentarsi ancora più forte quella sgradevole sensazione di vita che scorre dalle mani senza un vero scopo. E così arrivò quel 9 giugno 2014.
Nina racconta: "Ero reduce dai festeggiamenti per il primo anno di apertura di questo nuovo centro commerciale. Quello che avrebbe dovuto essere per me, per noi, un piccolo traguardo, un passo in avanti, a me appariva come una totale disfatta: qual era il senso di questa vita, di questo trasferimento, di questo spendere il nostro tempo preziosissimo dietro ad un lavoro che non restituiva mai felicità, soddisfazione, benessere, inteso non in senso economico, ma nel suo senso più letterale di stare bene? Insomma, dove stavamo andando? Stavamo vivendo davvero la nostra vita? Eravamo proprio sicuri che lì, fuori dalla quella zona di comfort che ci eravamo costruiti conformemente agli standard proposti dalla nostra società, non ci fossero altre opportunità, altri modi di vivere questa vita, e un altro "noi" in attesa di essere scoperto? Non ce la facevo più a rimanere con il dubbio, a criticare ogni mio singolo giorno senza fare assolutamente niente, a rimandare sempre al domani un'eventuale ricerca di un'alternativa".
Quel giorno Nina tornò a casa dal lavoro e chiese a Giuseppe: "Perché non molliamo tutto e ce ne andiamo in giro per il mondo?".
E così, nel giro di sette mesi, lasciarono i rispettivi lavori, disdissero il contratto di affitto, vendettero le auto e i mobili, e il 31 marzo 2015 partirono per il Sudamerica, con i soldi delle loro liquidazioni, uno zaino e tanta voglia di scoprire.

"Ci siamo dati al Couchsurfing in Argentina (metodo per viaggiare a costo zero sfruttando l'ospitalità di persone che aprono le porte della propria casa -ndr), abbiamo girato gli Stati Uniti in tenda e sacco a pelo, attraversato una parte del Sudamerica solo con i mezzi pubblici, barattando un piatto di pasta o una pizza fatta da noi con infinite storie di vita e racconti di viaggio preziosissimi. A settembre poi ci siamo spostati in Oriente, partendo dalla Cina e, dopo qualche giorno in India e senza che fosse particolarmente previsto, ci siamo spostati in Nepal insieme a Jay Nepal, un'associazione di volontariato nepalese che sta prestando soccorso nella zona a seguito del devastante terremoto del 25 aprile 2015. Quella che doveva essere una cosa di un paio di settimane è diventata un'esperienza di tre mesi".
In Nepal Giuse ha prestato assistenza sulla parte logistica e di manodopera, dal cucinare per i volontari fino alla demolizione e ricostruzione; Nina ha messo a disposizione i suoi anni di esperienza come marketing manager e la sua passione per la fotografia per raccontare le attività di supporto e le drammatiche necessità di un Nepal in ginocchio, dimenticato dai media e dalla memoria.
"A fine gennaio 2016 siamo ripartiti, spostandoci verso l'Oceania, dove siamo rimasti tre mesi grazie a Workaway, un servizio che ci ha dato la possibilità di barattare vitto e alloggio in cambio di qualche ora di lavoro volontario fra fattorie, bed and breakfast, famiglie e mercati. Attualmente ci troviamo a Kuala Lumpur in Malesia, ma a breve ritorneremo in Nepal".
Nina e Giuse, come hanno preso le vostre famiglie e i vostri amici questo progetto e che cosa ne pensano tutt'ora?
"Le nostre famiglie ci hanno lasciato andare, un gesto d'amore  e di comprensione che ancora oggi riteniamo senza pari. Molti nostri amici e conoscenti, però, sono letteralmente spariti. Qualcuno si è sentito giudicato dal fatto che noi non abbiamo scelto di vivere una vita fatta di figli e mutuo, come se disprezzassimo questo modo di vivere. Sinceramente non ci siamo mai permessi di criticare coloro i quali possono affermare di essere davvero felici con quel tipo di vita: sono semplicemente scelte. C'è chi è nato per essere genitore e chi esploratore; c'è chi trova la felicità in una casa e chi in uno zaino. Forse il mondo ha preso una brutta piega perché questa proporzione fra esploratori e "stanziali" è saltata, e ci siamo tutti un po' seduti nel nostro presente, chi lo sa.
Quello che è certo è che finché non impareremo a rispettare la libertà individuale di poter essere ciò che meglio ci rappresenta, questo mondo non uscirà mai dalla profonda crisi umana in cui troviamo ora. Fino a quando continueremo a criticare i diversi da noi, non ci sposteremo mai da ciò che siamo, e non ci sarà più alcuna evoluzione."
Che cosa avete scoperto in questo anno e mezzo di viaggi in giro per il mondo?
"Il Nepal e Workaway sono state finora le due esperienze più illuminanti e formative; abbiamo imparato sulla nostra pelle che c'è un valore più grande del denaro e dei risultati aziendali per determinare se il nostro lavoro sia produttivo o meno: si chiama felicità. Non solo la nostra, intendo: felicità globale. Arrivare alla fine della tua giornata e scoprire che hai contribuito, in qualche modo, a rendere migliore la vita di qualcun altro, che sia esso una famiglia nepalese a cui il terremoto ha distrutto la casa, o una signora australiana che fatica nel prendersi cura della propria famiglia fra lavoro e spese, significa essere produttivi. E non importa quante ore tu abbia lavorato, non importa se la schiena fa male, se in Tasmania a giugno si muore di freddo, se è pieno di insetti e tu ne hai una paura terribile o se devi dormire per due settimane in una tenda in un villaggio nel distretto nepalese di Sindhupalchowk, senza una doccia o un gabinetto: improvvisamente ti accorgi che essere felici non significa avere una vita semplice, dove hai i soldi certo, ma sacrifichi gli anni migliori della tua vita dietro ad un lavoro che tanto non potrà mai restituirti quanto ti ha tolto; felicità significa rendere la tua vita armonica con te stesso e con il mondo intero, essere utili agli altri, non per denaro, ma per amore. Non solo. Abbiamo scoperto di essere in grado di vivere con molto meno, e molto meglio. Meno vestiti, meno oggetti, meno bisogni. Più tempo per cucinarci cibo sano e buono, più tempo per imparare a fare nuove cose, o fare le cose di sempre in un modo diverso. E questo stile di vita ci sta richiedendo anche molti meno soldi, nonostante gli aerei, i visti, gli spostamenti. Ad oggi, dopo più di anno, la nostra liquidazione continua ad essere la nostra unica fonte di sostentamento, ma il baratto ci ha aiutato tantissimo ad abbattere i costi e ad entrare in profondo contatto con le persone del posto, osservarle, vivere il loro quotidiano e provare ad essere uno di loro. Continuiamo la nostra ricerca della nostra strada e di un modo per sostenerci quando i nostri soldi non basteranno più. E se non dovesse funzionare? Ce lo chiedono in tanti.... A volte ce lo chiediamo anche noi stessi. Pazienza, si ricomincerà da zero. Anche le storie d'amore spesso non funzionano. Eppure noi esseri umani continuiamo ad amare e cercare la nostra metà!".

sabato 23 luglio 2016

Contro disoccupazione e povertà serve la formazione in campo ambientale ed energetico

Articolo condiviso

Che i settori lavorativi con un reale futuro siano quello ambientale ed energetico rinnovabile lo capirebbe chiunque. Infatti su cosa altro potrebbe puntare il “Paese del sole”, con un patrimonio edilizio che spreca energia da tutte le parti, se non puntare al risparmio energetico e idrico, all’uso razionale dell’energia e delle energie rinnovabili?

di Paolo Ermani 


Questi settori hanno il maggiore potenziale di intervento e di diffusione assieme a quelli dell’agricoltura biologica e della tutela ambientale. Puntandoci, si assorbirebbe velocemente la disoccupazione attuale e si darebbe da lavorare e un futuro dignitoso alle persone indigenti o in difficoltà economiche. Pensare che oggi chi è in difficoltà o senza lavoro possa trovare occupazioni o riprendersi attraverso settori saturi o di nessuna prospettiva, è pura utopia e non fa che mantenere queste persone nella loro condizione.
Ovunque si possono creare posti di lavoro ristrutturando energeticamente abitazioni di un patrimonio edilizio indecente dove la prassi è costruire male e in fretta, comprando le certificazioni energetiche dal fruttivendolo e facendo credere che le proprie case siano di classi A o B, senza che questo sia stato verificato effettivamente. In Germania dove il patrimonio edilizio è costruito in maniera decisamente più seria, ci sono rigidi controlli e verifiche per accertare se effettivamente le classi energetiche sono rispettate.
In un paese come l’Italia, tra l’altro a rischio desertificazione, è evidente che si dovrebbero formare migliaia di persone che diventino esperte di risparmio energetico e idrico che sarebbe poi prassi quotidiana e diffuso in ogni edificio pubblico e privato e in ogni nucleo famigliare.
Molto ci sarebbe da intervenire anche nella percentuale ancora alta di case non collegate alla rete fognaria e che potrebbero utilizzare sistemi di fitodepurazione con recupero dell’acqua.
Infine dove se non in Italia si dovrebbe e potrebbe puntare immediatamente e con decisione alle fonti rinnovabili come terzo passo appunto dopo il risparmio energetico e l’uso razionale dell’energia.
Fabbriche come la Fiat o simili invece di continuare a costruire cose di cui non abbiamo bisogno, potrebbero intervenire nel settore delle rinnovabili con campi di intervento vastissimi, altro che automobili di cui il paese soffoca. Solo sostituendo con collettori solari per l’acqua calda i milioni di scaldabagni elettrici ancora esistenti ci sarebbero enormi vantaggi occupazionali ed economici, figuriamoci puntare poi sul solare ad aria calda, sul micro eolico e micro idroelettrico, sui sistemi di compost heating, sulla micro cogenerazione.
Di molti di questi argomenti e di altro ancora, si parlerà nella ventiseiesima edizione del corso Energia Ambiente Lavoro che si tiene dal 12 al 19 agosto nel centro per l’Energia e l’Ambiente di Springe in Germania (QUI per info e iscrizioni) che lavora professionalmente dal 1981 su queste tematiche ed è un punto di riferimento europeo.
Grazie a centri come questo e ai docenti che vi insegnano con esperienza pratica pluridecennale, viene offerta una formazione seria, indipendente e che punta a reali risultati e non a prendere in giro i clienti o dare informazioni solo per vendere qualcosa. E’ questa la differenza fra una formazione per vendere e una formazione per fornire le informazioni adeguate per poter fare le migliori scelte sia da parte dei tecnici sia da parte dei cittadini. Proprio grazie a questo approccio la Germania è paese leader nelle tecnologie ambientali e rinnovabili dove lavorano ormai centinaia di migliaia di persone. L’ambiente non è un costo come si è abituati erroneamente a pensare, l’ambiente, il risparmio energetico e idrico, le energie rinnovabili sono una imperdibile, conveniente e grandissima opportunità lavorativa ed economica.